Problemi della transizione 1984

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

conclusioni non sempre accettabili. 4. Sembra, così, non corrispondente al pensiero di Sartre considerare pratico-inerte il corpo usato come mezzo e come oggetto, o l ’ in-sé personale come sedimentazione della attività individuale. Per quanto riguarda il pri mo punto, certamente, per Sartre, «il momento fondamentale del lavoro è quello in cui l ’ organismo si rende inerte (l ’ uomo preme sulla leva, ecc.) per trasformare l ’ inerzia circostante» (CRD, I, 215): «nella praxis solitaria... il coltivatore si rende oggetto inerte per agire sul suolo» (CRD, I, 261). Ma questo è appunto un carattere del lavoro («il lavoro è... anzitutto / ’ organi smo riducentesi a inerzia e a soddisfarsi in quanto bisogno»; CRD, I, 262), di qualunque lavoro, individuale o di gruppo, fisico o intellettuale, libero o alienato. E Sartre stesso mostra come anche il gruppo «deve produrre da solo, in quanto libera organizzazione d ’ individui in vista di un medesimo fine, la sua struttura di collettivo, cioè utilizzare per la pratica la sua inerzia (il che, abbiamo visto, caratterizza l ’ azione a tutti i livelli)» (CRD, I, 382). E la stessa cosa Sartre dice a proposito della Ragione analitica e del pensiero: «la Ragio ne analitica è una trasformazione sintetica che il pensiero assume intenzio nalmente: poiché il pensiero deve farsi cosa e governare se stesso in esterio rità, per diventare l ’ ambito naturale in cui l ’ oggetto da esso considerato si definisce in se' còme condizionato dall ’ esterno. In ciò, lo vedremo nei parti colari, obbedisce alla regola dell ’ organismo pratico a tutti i suoi livelli, quan do si fa inerzia diretta per agire sull ’ inerzia» (CRD, I, 183). Ma ci troviamo appunto nell ’ ambito della «regola dell ’ organismo pratico», cioè nella situa zione in cui «il rapporto fondamentale dell ’ organismo con l ’ ambiente circo stante è univoco», in cui l ’ uomo come organismo pratico è unito all ’ ambien te circostante da un «rapporto univoco di interiorità» (CRD, I, 357 e 377, n. 451 E soltanto quando non abbiamo più a che fare con la praxis individuale nel suo rapporto con l ’ ambiente, ma con un ambiente abitato da una molte plicità di individui separati — e per di più caratterizzato dalla penuria (ma su questo torneremo dopo) — che appare il pratico-inerte. In tali condizioni infatti, «la relazione d ’ interiorità univoca» si trasforma «attraverso i sensi rea li e le esigenze reali di cui le pratiche umane — molteplici o unificate — hanno provveduto l ’ oggetto materiale, in falsa interiorità reciproca. E tale falsa interiorità basta, con i fini insuperabili e prefabbricati che deve libera mente realizzare la praxis. a trasformare questo superamento dell ’ Essere in superamento superato dall ’ Essere da superare» (CRD, I, 358). Ma «la libertà di un ’ azione [singola] che si risolve in uno scacco è [invece] libertà che falli sce, tutto qui, perché il rapporto fondamentale dell ’ organismo con l ’ am biente circostante è univoco. Non esiste ritorno costitutivo della materia sulla praxis. per trasformarla in fatalità subita» (CRD, I, 357; si veda anche l ’ esempio degli stratagemmi del nemico, 356-58). Di conseguenza diversa- mente da quanto afferma Fergnani (che peraltro si richiama a Paci 4 * 6 ) non sembra che si possa parlare di «prassi pratico-inerte», a meno di non intende re una prassi governata dall ’ esterno, cioè dagli Altri con la mediazione della

menti e questa energia le vengono sempre dal di fuori; essa li prende a prestito e poi li cede». 5 J.-P. S artre , L ’ Idiot de la famille, voi. Ili, Gallimard, Paris 1972, p. 292. D ’ ora in poi indi cato con la sigla IF. 6 Cfr. E. PACI, Funzione delle scienze e signifi

4 Nel suo noto saggio del 1946, Materialismo e rivoluzione (trad. it. in J.-P. SARTRE, Che cos ’ è la letteratura? , Il Saggiatore, Milano I960, p. 287), Sartre scriveva che ciò che caratterizza la materia «è la sua inerzia, il che equivale a dire che essa è incapace di produrre qualcosa da sé. Veicolo di movimento e d ’ energia, questi movi

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