Problemi della transizione 1984

L ’ ultimo Sartre

materialità. Analogo discorso è possibile fare a proposito della considerazione, come pratico-inerte, di «quella sedimentazione d ’ attività che nel decorso della vita dell ’ individuo accresce di continuo il volume e la cogenza del già-fatto» (Fer- gnani, p. 213-4). Certo il passato introduce inerzia nel vissuto e nella praxis, non solo in quanto passato da superare («passato-superato»), ma anche in quanto modo di sfuggire al passato (passato come strumento, «passato- superante»). Ma — se pure le cose si complicano con l ’ introduzione da parte di Sartre di quel condizionamento originario rappresentato dalla «costituzio ne» («una vita si svolge a spirali; ripassa sempre per gli stessi punti ma a livelli diversi d ’ integrazione e di complessità», CRD, I, 85) — non mi sembra (al meno se si considera l ’ individuo nella sua singolarità astratta) che si esca dal la tematica della fatticità. Può valere anche per il passato personale ciò che — pur riferendosi ad altro — scrive Sartre: «E certamente, si può sempre dire che ogni circostanza materiale da superare — fosse pure la configurazione del terreno, nel corso di una passeggiata — impone un certo contenuto al fu turo verso cui la si supera. Essa limita la gamma delle possibilità ed offre una certa strumentalità che caratterizzerà il risultato finale. Tuttavia, il futuro non è prodotto da essa, ma le arriva tramite gli uomini ed essa vi si conserva come significato, non in quanto le sia omogeneo (e passivo come essa è), ma anzi in quanto la praxis umana l ’ ha fatta qualificare da un futuro umano progettandola (come superata e conservata) in questo futuro» (CRD, I, 356). Per quanto riguarda, infine, la «formazione pratico-inerte», si deve dire che con tale espressione Fergnani designa in effetti il vero concetto di pratico-inerte, ma, forse è meglio, perché più chiara, usare l ’ espressione di «un campo pratico-inerte» (dallo stesso Fergnani peraltro considerata equiva lente, cfr. p. 182), intendendo con ciò il campo sociale in cui, agendo la molteplicità degli organismi individuali separatamente, «la materialità lavo rata si rende sintesi (o falsa sintesi) del loro essere-fuori-di-sé-in-essa» (CRD, I, 369). Scrive Sartre: «Il campo esiste: anzi, per essere precisi, esso è proprio quel che ci circonda e ci condiziona; non ho che da gettare uno sguardo dalla finestra: vedrò delle automobili che sono uomini, i cui autisti sono automo bili, un vigile che regola il traffico all ’ angolo della via e, più in là, un regola mento automatico del medesimo traffico attraverso semafori, cento esigenze che salgono da terra verso me, passaggi pedonali, manifesti imperativi, di vieti; alcuni collettivi (succursale del Credito Lionese, caffè, chiesa, edifici d ’ abitazione e anche una serialità visibile: persone che fanno la coda davanti a un negozio), alcuni strumenti (che proclamano con la loro voce solidificata la maniera di servirsi di loro, marciapiedi, strada, stazione di taxi, fermata d ’ autobus, ecc.). Tutti questi esseri — né cose, né uomo, unità pratiche fra l ’ uomo e la cosa inerte — tutti questi richiami, tutte queste esigenze non mi riguardano ancora direttamente. Presto, discenderò in strada e sarò cosa loro, comprerò quel collettivo che è il giornale e il complesso pratico-inerte che m ’ assedia e mi indica si rivelerà all ’ improvviso in base al campo totale, vale a dire alla Terra, come l ’ Altrove di tutti gli Altrove (o la serie di tutte le serie)»

cato dell'uomo, Il Saggiatore, Milano 1963, pp. 372 e 386.

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