Problemi della transizione 1984
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
(CRD, I, 442-3). Questo passo può benissimo valere come definizione gene rale del pratico-inerte: ne rende infatti esplicite le condizioni di possibilità e la struttura formale (la «struttura intelligibile del campo pratico-inerte», dice Sartre, si rivela nel costituirsi della materia «come negazione pratico-inerte della praxis che l ’ apre e l ’ utilizza nell ’ ambito della molteplicità», CRD, I, 452). Tutti gli altri usi del termine pratico-inerte sono riconducibili a questo, e si può stabilire tra essi e la definizione generale la distinzione che si può fa re tra uso sostantivale e uso aggettivale del termine. Così quegli «esseri», quei «richiami», quelle «esigenze» (collettivi, Idee-^xzj, «Destino, interesse gene rale — e anche particolare — , Esigenza, Strutture di classe, Valori come li miti comuni», ecc.) sono qualificabili come pratico-inerti poiché si produco no nell ’ ambito del campo pratico-inerte e traggono da esso la loro forza e la loro efficacia. Il «collettivo», peraltro, non è solo la forma d ’ essere di talune realtà sociali immerse nel campo pratico-inerte, ma «l ’ essere della socialità stessa al livello del campo pratico-inerte». «Ho potuto dire — scrive Sartre — che tale essere [il collettivo] era l ’ essere sociale nella sua struttura elementare e fondamentale perché solo al livello pratico-inerte la socialità si produce ne gli uomini tramite le cose come un rapporto di materialità che supera e altera le semplici relazioni umane. Un collettivo, inoltre, è in se stesso una specie di modello ridotto del campo pratico-sociale e di tutte le attività passive che vi si esercitano. Esso si costruisce, infatti, sulla falsa reciprocità dell ’ agente pratico e della materia lavorata; in realtà, la materia lavorata in quanto sop porta il sigillo di un 'altra attività (e in quanto entra in azione umana sotto l ’ impulso di una serie di praxis disperse) diventa nel collettivo l ’ unità pratico-inerte della molteplicità di cui è l ’ oggetto comune» (CRD, I, 466, n. 12). 5. Oltre a produrre le conseguenze che abbiamo visto, l ’ equivoca defini zione iniziale conduce Fergnani anche a distinguere un pratico-inerte «aper to» (il «contesto delle cose umane») da un altro tipo di pratico-inerte, «la Co sa umana»: «La Cosa umana sta al contesto delle cose umane (il pratico inerte “ aperto ” ) come l ’ ipotesi della matérialitéscellée sta alla matérialité scellée» (p. 209). Quella definizione è inoltre alla base dell ’ insufficiente chiarimento non solo del significato che Fergnani attribuisce a quella che Sartre chiama «alienazione primitiva», ma anche di ciò che egli stesso defini sce «antipraxis di blocco». Non è chiaro, in altri termimini, se Fergnani ha in mente, ancora una volta, il semplice rapporto di una praxis singola con la materialità che l ’ aliena assorbendone l ’ oggettivazione, o se tien conto anche dell ’ esistenza degli Altri. Egli definisce infatti questa «alienazione primitiva» come il «farsi altro», il «divenir-altro dell ’ azione e dell ’ agente», il «suo alter arsi e invertirsi in generale», come il « “ discorso quadro ” in cui siano includi bili le varie modalità dell ’ invertirsi dell ’ agire, le varie modalità di antipraxis o di praxis alienata» (pp. 192-3), senza sottolineare la necessità della compre senza di una molteplicità di praxis. Sartre invece è chiaro. All ’ inizio del capi tolo sulla rareté come «determinazione contingente della nostra relazione univoca con la materialità» (CRD, I, 251), dopo aver affermato di non rite nere necessario dedicare molto spazio ad essa perché «in proposito tutto è già stato detto» («in particolare — dice Sartre — il materialismo storico, come interpretazione della nostra Storia, ha fornito su tale punto le precisazioni desiderabili»), aggiunge di considerare invece indispensabile studiare, perché non si è mai tentato di farlo, «la relazione generale (cioè indipenden te da ogni determinazione storica) di una praxis dialettica e molteplice [cor
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