Problemi della transizione 1984
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
te circostante ” e nel fatto che tale rapporto non può non esplicitarsi nell ’ og gettivazione e nell ’ impressione di sigilli nella materia, con gli effetti che ciò comporta» (p. 200). Ma, quando osserva che «l ’ alienazione fondamentale non dipende, come a torto L'Essere e il Nulla potrebbe far credere, da una scelta prenatale, bensì deriva dal rapporto univoco d ’ interiorità che unisce l ’ uomo come organismo pratico all ’ ambiente circostante» (CRD, I, 377, n. 45; cfr. anche 215), Sartre vuole appunto esprimere semplicemente la «vir tualità alienativa» (qui Fergnani dice bene: è questo, mi sembra, il significa to da attribuire all ’ espressione sartriana di «alienazione fondamentale»), e sottolineare il fatto che la necessità dell ’ alienazione è, come dice Gorz 7 , «ne cessità pratica in questo mondo, e non. .. necessità ontologica»: non vuole af fatto stabilire una connessione immediata tra rapporto univoco d ’ interiorità dell ’ organismo con l ’ ambiente circostante da una parte e l ’ alienazione e il pratico-inerte dall ’ altra («gli effetti che ciò comporta», come dice Fergnani). Occorrono, per questa connessione, altri fattori, e precisamente quei fattori che permettono di trasformare il rapporto univoco d ’ interiorità in «falsa in teriorità reciproca» (CRD, I, 358), e l ’ uomo da produttore a prodotto del proprio prodotto. Occorre cioè che il campo pratico venga unificato da tutti, da una molteplicità di praxis, e che la materialità sia capace di assorbire e sin tetizzare tutte le praxis che in essa si incidono: solo in questo caso, infatti, come abbiamo visto, «il lavoratore individuale subisce l ’ unificazione nelle cose anche come forza estranea, e insieme, come la propria forza» (CRD, I, 308). 6. E veniamo ora alla penuria. E vero che formalmente la penuria non è una condizione indispensabile al sorgere del pratico-inerte. Fregnani, giusta mente, lo sottolinea (pp. 185, n. 23, e 200), ma lo dice lo stesso Sartre (cfr. CRD, I, 250e27ó). Ma per Sartre «la penuria — come relazione vissuta di una molteplicità pratica con la materialità circostante e all ’ interno di se stessa — fonda la possibilità della storia umana» (CRD, I, 251). Di fatto, quindi, la penuria è ciò che mantiene e accresce la separatezza originaria (« la disper sione disorganica degli organismi», «l ’ inerte statuto numerico della loro mol teplicità»; CRD, I, 245 e 244), ciò che impedisce ogni reciprocità positiva (possibile solo in quel tipo di assembramento dialettico che sorge contro il pratico-inerte e l ’ impotenza e che Sartre chiama «gruppo»), per cui la penu ria diventa essenziale per capire la resistenza e la permanenza del pratico inerte. Scrive Sartre: «Astrattamente, la penuria può essere ritenuta come una relazione dell ’ individuo con quanto lo circonda. Praticamente e storica mente — vale a dire in quanto siamo situati — quel che circonda è un cam po pratico già costituito, che rinvia a ciascuno strutture collettive..., la più fondamentale delle quali è proprio la penuria come unità negativa della molteplicità degli uomini (di questa molteplicità concreta). Tale unità è ne gativa rispetto agli uomini perché viene all ’ uomo dalla materia in quanto di sumana (ossia in quanto la sua presenza d ’ uomo non è possibile senza lotta su questa terra); ciò significa quindi che la prima totalizzazione mediante la materialità si manifesta (all ’ interno di una società determinata e tra gruppi
7 A. GORZ, Sartre e il marxismo, in «Critica marxista», n. 1, gennaio-febbraio 1966, p. 188.
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