Problemi della transizione 1984
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
nell ’ uso del termine «pratico-inerte», e che inoltre negli ultimi scritti non sembra mantenere più alcune distinzioni. Non sembra, per esempio, distin guere più (diversamente da quanto accadeva nella Critica', cfr. voi. II, pp. 144, 149) tra pratico-inerte (come inerzia della praxis connessa al rapporto seriale) e inerzia del gruppo (come sua libera produzione: il gruppo infatti, come «unità interiorizzata della molteplicità», si rende inerte per lottare con tro l ’ inerzia; cfr. CRD, II, 144) — per cui può anche sembrare talvolta che Sartre sostenga una concezione del pratico-inerte caratterizzato non da un ’ antipraxis sostenuta dalle molteplici praxis degli altri, ma semplicemente dall ’ interiorizzazione dell ’ inerzia . Così, diversamente da quanto afferma in un ’ intervista del 1966, dove ri conduce la «struttura» a un momento del pratico-inerte («Io non contesto né l ’ esistenza di strutture, né la necessità di analizzarne il meccanismo. Ma la struttura non è secondo me che un momento del pratico-inerte. E il risultato di una praxis che rifluendo sormonta i suoi agenti. Ogni creazione umana ha il suo ambito di passività: il che non significa che essa sia subita da parte a parte» 14 ), nella Critica essa viene considerata come prodotta dal gruppo (è infatti definita come «ossatura inerte dell ’ organizzazione», «scheletro inorga nico dell ’ organizzazione» [dove per «organizzazione» si deve intendere la «distribuzione di compiti», CRD, II, 105]; CRD, II, 136 e 150). Accade al lora che dopo aver osservato che «la curiosa caratterizzazione di questa “ ossa tura ” sembra essere ad un tempo rapporto inerte e viva praxis», e che «l ’ ope ra di Lévi-Strauss porta un contributo importante allo studio di quelle strane realtà interne, organizzate e organizzatrici insieme, prodotti sintetici di una totalizzazione pratica e oggetti sempre possibili di studio analitico e rigoro so, linee di forza di una pratica per ogni individuo comune e relazioni fisse di quest ’ individuo con il gruppo, attraverso i continui scambi dall ’ uno all ’ altro, ossatura inorganica e poteri definiti di ognuno su ognuno, insom zioni di comportamenti da seguire che mi riguar dano direttamente»; «queste indicazioni... ven gono ad aggiungere un coefficiente propriamen te umano di avversità al coefficiente di avversità,
saldamente strutturati, come, per esempio, la co scienza di classe, implica il progetto, non più di liberarsi dal noi con una ripresa individuale dell ’ ipseità, ma di liberare tutto il noi, con l ’ og- gettività, trasformandolo in noi-soggetto»; «I miei fini prossimi sono i fini del “ sì ” , ed io mi sento come intermutabile con uno qualsiasi dei miei vicini. In questo senso, perdiamo la nostra individualità reale, perché il progetto che noi sia mo, è precisamente il progetto che sono gli altri. In questo corridoio di metropolitana, non c ’ è che un solo e medesimo progetto, che si è da lungo tempo impresso nella materia, ed in cui viene a infiltrarsi una trascendenza vivente ed indiffe renziata»; «tra me e l ’ oggetto è già scivolata una trascendenza umana, che guida la mia; l ’ oggetto è già umanizzato-, significa il “ regno umano ” » (J.-P. SARTRE, L'essere e il nulla, Mondadori, Mi lano 1958, pp. 616, 617, 618, 626-7, 630-1, 506, 512, 515, 518). Ma tutti questi temi non sono unificati in una teoria organica basata sulla con cezione della materialità come mediazione tra gli individui e degli individui (in quanto agenti pra tici) come mediazione tra i vari settori della ma terialità e restano su un piano non dialettico e co- scienzialistico. 14 Jean-Paul Sartre répond, in «L ’ Arc», n. 30, 1966, p. 90; ma cfr. anche L'antropologie (1966), in Situations IX, Gallimard, Paris 1972, p.91.
che io faccio nascere nelle cose. Inoltre, se mi sot tometto a questa organizzazione, dipendo da es sa: i benefici di cui mi arricchisce possono cessa re: un turbamento interno, una guerra ed ecco i prodotti di prima necessità che si rarefanno, sen za che io ci possa far niente»; «La fattità si espri me, dunque, a questo livello, per il fatto di una mia apparizione in un mondo che si rivela a me, solo mediante tecniche collettive e già costituite, che mirano a farmelo cogliere sotto un aspetto il cui senso è stato definito al di fuori di me»; «il per-sé nasce in un mondo che è mondo per altri per-sé. Ecco cos ’ è il dato. E, con ciò stesso, come abbiamo visto, il senso del mondo gli è alienato. Questo significa appunto che si trova in presenza di significati che non vengono al mondo per mezzo suo»; «Pertanto l ’ esistenza dell ’ altro porta un limite di fatto alla mia libertà. Perché me diante il nascere dell ’ altro appaiono certe deter minazioni che io sono senza averle scelte. Ecco mi, in effetti, Ebreo o Ariano, bello o brutto, monco ecc. Tutto ciò, io lo sono per l'altro, senza speranza di conoscere il significato che ho al di fuori, né, a più forte ragione, di modificarlo»; «la mia relazione con l ’ altro appare sullo sfondo infi nito della mia relazione e della sua relazione con tutti gli altri-»-, «L ’ assunzione del noi, in certi casi
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