Problemi della transizione 1984
L ’ ultimo Sartre
ma fatto e diritto in pari tempo, elementi meccanici e, insieme, espressione di una viva integrazione alla praxis unitaria, di quelle tensioni contradditto rie — libertà e inerzia — che sono denominate strutture» (CRD, II, 137), Sartre concluda: «Tuttavia, bisogna rendersi conto che questo scheletro è so stenuto da tutti gli individui comuni e che il gruppo come azione totalizzan te ha sempre la possibilità — sotto la pressione di circostanze nuove — di dissolverlo in sé senza residui. Occorre dunque notare sia che esso è la libera adesione di ognuno alla comunità, in quanto si produce come Tessere inorganico di ogni membro, sia che tale necessità come esteriorità strutturan te T interiorità è proprio il contrario del pratico-inerte', quest ’ ultimo infatti ci era apparso come attività passiva, mentre invece essa si costituisce come pas sività attiva» (CRD, II, 143-4; ultimo corsivo mio). Su questa base si può allora ritenere a proposito del linguaggio: a) sia che siamo nel linguaggio come struttura (nel senso di «scheletro inorganico dell ’ organizzazione») nella misura in cui siamo in un gruppo sociale organiz zato (per esempio, la comunità nazionale), e connessi gli uni agli altri da le gami di reciprocità (almeno a questo livello) — in questo senso si possono ac cogliere tutti i caratteri che Saussure attribuisce alla langue 15 (e si può forse interpretare in questo senso la frase di Sartre 16 : «Il linguaggio si presenta, in effetti, come un sistema autonomo che riflette l ’ unificazione sociale»); b) sia che siamo nel linguaggio come pratico-inerte nella misura in cui siamo al tempo stesso in un ambito sociale che, caratterizzato da fratture e conflitti e dalla separazione delle praxis individuali e comuni («le categorie della cultu ra, i sistemi particolari e il linguaggio che li esprime sono già Toggettivazio ne di una classe, il riflesso dei conflitti latenti o dichiarati e la manifestazione particolare dell ’ alienazione»; CRD, I, 89), non può non produrre in queste ultime deviazioni e alienazioni (Sartre fa più volte l ’ esempio di Sade 17 * 19 ). Sembra quindi, a questo punto, doversi ammettere la possibilità di due tipi di struttura o di due diversi livelli della struttura (struttura a livello del grup po organizzato e struttura a livello del rapporto pratico-inerte di serialità), piuttosto che ritenere, come Fergnani, che il filosofo francese abbia compiu to, almeno su questo punto, «un interessante lavoro di riesame, di riadatta mento o di sviluppo delle soluzioni a cui era giunta la Critica» (p. 204) — anche se si può pensare che con la considerazione della struttura come «mo mento del pratico-inerte» ci sia in Sartre l ’ intenzione di unificare i due con cetti di struttura dal momento che anche il gruppo (superato il momento della «fusione») è necessariamente penetrato di serialità. Ma, a parte queste incongruenze e contraddizioni, ciò che va rilevato è che Sartre considera la lingua, la «lingua comune» (come precisa, distinguendo 15 Nel suo Corso di linguistica generale F. D e SAUSSURE scrive tra l ’ altro: «la lingua... è al tem po stesso un prodotto sociale... ed un insieme di convenzioni necessarie», «è la parte sociale del linguaggio, esterna all ’ individuo, che da solo non può né crearla né modificarla; essa esiste solo in virtù d ’ una sorta di contratto stretto tra i membri della comunità» (Laterza, Bari 1972, pp. 19 e 24). Si può anche ricordare un passo di R. B arthes (Elementi di semiologia. Einaudi, Torino 1967, p. 18): «L ’ aspetto istituzionale e l ’ aspetto sistematico sono evidentemente colle gati: proprio perché è un sistema di valori con trattuali (in parte arbitrari, o, per essere più esat ti, immotivati), la lingua resiste alle modificazio ni dell ’ individuo solo ed è perciò una istituzione sociale». 16 Jean-PaulSartre répond. cit., pp. 88-9 17 Cfr. Ivi. p. 91; CRD, I, 89-91; eJ.-P. S artre , Situations IX. cit., p. 79
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