Problemi della transizione 1984

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

«lingua comune» e «lingua specializzata»), come pratico-inerte, e che per di più lo dimostra stabilendo un ’ analogia tra lingua e prezzo di mercato. Scrive Sartre in Plaidoyerpour les intellectuels del 1965: «la lingua comune, al con trario [dei linguaggi tecnici, specialistici], si impone a me tutta quanta in quanto io sono un altro da me stesso e in quanto essa è il prodotto conven zionale ma in volontario di ciascuno nella misura in cui è altro da sé attraver so e per gli altri. Mi spiego: al mercato, io desidero, in quanto sono io, che il prezzo di questa merce sia il più basso possibile; ma il solo fatto che ne faccio richiesta ha l ’ effetto di rialzare i prezzi: il fatto è che, per i venditori, io sono un altro, come tutti gli altri e, in quanto tale, mi rendo contrario ai miei in teressi. Lo stesso per la lingua comune: la parlo e, d ’ un tratto, in quanto al tro, vengo da essa parlato». E ancora: «la lingua comune si sviluppa tramite gli uomini che la parlano ma senza accordi', la convenzione si stabilisce attra verso di loro ma in quanto i gruppi sono altri, gli uni per gli altri, e in segui to altri rispetto a loro stessi e in quanto l ’ insieme linguistico si sviluppa in un certo modo che sembra autonomo come una materialità che è mediazione fra gli uomini nella misura in cui gli uomini sono mediatori fra i differenti aspetti di essa (ciò che ho detto pratico-inerte)». (Tr. it. inJ.-P. Sartre, L ’ uni versale singolare , Il Saggiatore, Milano 1980, pp. 70 e 63). È vero dunque che Sartre non è sempre chiaro. E questa ambiguità per mette a Fergnani di parlare di «un ripensamento [che egli fa derivare dalla polemica con gli strutturalisti] — rimasto implicito — di questa stessa cate goria» di pratico-inerte, e di un più evidente riemergere, in una nuova for ma, della «tradizionale Stimmung dicotomica» (pp. 203 e 204). Sartre co munque non cessa nemmeno in seguito, quando fa uso del concetto di pratico-inerte, di richiamarsi alla Critica, In un ’ intervista del 1966, per esempio, dice: «Nella misura in cui l ’ antropologia presenta degli oggetti, es sa deve studiare qualcosa nell ’ uomo che non è l ’ uomo totale e che, in un cer to modo, è un riflesso puramente oggettivo dell ’ uomo. E ciò che ho chiama to nella Critica della ragione dialettica il pratico-inerte, cioè a dire le attività umane in quanto sono mediate da un materiale rigorosamente oggettivo che le rinvia all ’ oggettività» 18 . E inoltre non si può negare che i caratteri essen ziali, comprese le connotazioni negative, del pratico-inerte che abbiamo tro vato nella Critica non vengono certamente meno neanche nella concezione sartriana dello Spirito oggettivo. 9. Per Sartre «lo Spirito oggettivo — in una società definita, in una data epoca — non è altro che la Cultura come pratico-inerte», cioè come «la tota- lite à ce jour (d ’ ailleurs quelconque) des impératifs imposés à l ’ homme de telle ou telle societé» (IF, II, 48). Nella sua analisi dello Spirito oggettivo Sar tre insiste certamente molto sul semplice fatto dell ’ oggettivarsi dello spirito, del suo farsi cosa («l ’ idea diventa cosa: impressa, la sua tendenza a persevera re nel suo essere è precisamente quella della cosa» [IF, III, 50]), per cui si può a prima vista pensare che l ’ alienazione pratico-inerziale viene dalla semplice oggettivazione (anche se, è vero, questo tipo di alienazione, da sempre pre sente nel pensiero di Sartre, sembra essere maggiormente accentuato, e che 18 18 J.-P. S artre , SituationslX, cit., p. 85.

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