Transizione 1985
rizzazione industriale »: questa strategia nasce da quella preceden te, relativa alla difesa del patrimonio industriale cittadino e ne rappresenta il più avanzato sviluppo in direzione della qualificazio ne produttiva. In fondo una delle forme più preziose del terziario avanzato è quella che si traduce direttamente nella trasformazione tecnologica dell ’ apparato industriale, quella per dirla breve che tende a cambiare la vecchia fabbrica proto-industriale in una strut tura post-industriale; quella in definitiva che fa del secondario e del terziario una cosa sola. Ebbene a Bologna, dopo aver largamen te trasformato la normativa delle zone industriali per consentire l ’ aggiornamento tecnologico degli impianti, si è pensato di modifi carla ulteriormente per consentire la « terziarizzazione delle fabbri che », cioè la realizzazione nella sede che già ospita gli apparati produttivi, anche di quelli per la ricerca e la progettazione, per la pubblicità ed il marketing dell ’ azienda. Il suggerimento, che in teoria per una grande azienda non do vrebbe essere necessario — anche se non sempre in Italia la grande azienda fa convergere negli stessi edifici ricerca, progettazione, produzione e commercializzazione — ha un significato particolar mente stimolante in Emilia-Romagna, dove la dimensione piccola e media delle imprese non comprende, spesso neppure in separata sede, ricerca, progettazione e commercializzazione: la nuova norma tiva spinge quindi le aziende ad una trasformazione qualitativa cer tamente assai positiva. In tal senso la proposta sembra sia stata appunto compresa dalla associazione degli industriali e dopo una sperimentazione in una ristretta area periferica si è pensato di e- stenderla all ’ intero territorio comunale. È questo un nuovo tassello che si aggiunge alla strategia urba nistica bolognese, che progressivamente si è sempre più definita come mirante a realizzare una struttura urbana per quanto è possi bile integrata, sia per gruppi sociali che per funzioni cittadine. Difendendo le architetture storiche, ma anche la promiscuità socia le del centro, destinando le aree migliori e meno periferiche ai nuovi quartieri economici e popolari, realizzando capillarmente in ogni zona della città una grande quantità di servizi e di giardini; ma anche evitando — dopo le prime incertezze — che le fabbriche abbandonassero i tessuti urbani semicentrali e stimolandone la mo dernizzazione là dove già erano insediate, favorendo i rapporti e non la frattura fra industria e residenza, difendendo il centro stori co, se non dalla terziarizzazione capillare, almeno dalla crescita dei grandi complessi direzionali. Ed ora tentando la strada di una ulte 105
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