Transizione 1985

4. È dunque al sindacato che, ancora una volta, prima che ad ogni altro soggetto politico, spetta affrontare la situazione provoca ta dall ’ atto d ’ autorità e — come si esprime un recente documento approvato dal comitato direttivo dell ’ organizzazione maggioritaria — « ricostruire il potere d ’ acquisto delle retribuzioni antecedente al decreto, con la reintegrazione nel salario dei quattro punti di contingenza tagliati » 7 . L ’ impatto più immediato riguarda infatti la quota di salario perduta: anzi, permanentemente perduta, dal mo mento che nessun meccanismo di conguaglio è stato previsto — mentre aumentano le spese sanitarie e si riducono i servizi sociali e collettivi — in caso di scostamento dell ’ andamento effet tivo dell ’ inflazione rispetto al « tetto » predeterminato dei punti di contingenza da pagarsi. È vero che il medesimo recupero salariale sarebbe anche l ’ effetto dell ’ abrogazione referendaria del decreto e della sua legge di conversione (così come dell ’ approvazione della proposta di legge comunista nel medesimo senso): ma è anche vero che, in tal caso, si dovrebbe poi richiedere al sindacato, proprio perché reintegrato nella sua autorità negoziale da un meccanismo di diritto pubblico, un eccezionale impegno sui propri contenuti ri vendicativi, a pena di dover concludere che ci si è trovati ancora una volta — anche se a segno politico invertito — di fronte ad un ’ ennesima fase di supplenza partitica del sindacato. Le stesse difficoltà che l ’ iniziativa referendaria non può che provocare per il sindacato stesso (nei rapporti fra le tre centrali ed anche all ’ interno della maggiore di loro), pur senza toglier nulla alle ragioni di fondo che giustificano l ’ iniziativa comunista, ne sono una testimonianza eloquente. E tuttavia, nel momento in cui giustamente si rivendica al sindacato la priorità nel compito di risolvere la questione (o almeno di avviarne la risoluzione nell ’ ambito di un negoziato sulla riforma sia della struttura del salario sia dei livelli di contrattazio- ne), non può dimenticarsi che alla base della « crisi di febbraio » si pongono anche gli irrisolti problemi della democrazia interna del sindacato stesso, né il fatto che la crisi stessa, oltre che acuirli, li ha moltiplicati; e che pressoché nulla è stato poi fatto per risolverli. Non è un caso che quando, ormai a pochi giorni dalla stretta conclusiva, la CGIL pose il problema di una immediata consulta zione sull ’ andamento del negoziato, questa idea, che avrebbe dovu to apparire tanto normale quanto fisologica, venne immediata mente esorcizzata e respinta dal governo e dalle altre organizzazio ni. Si temeva, evidentemente, o una valanga di « no », oppure un insieme di emendamenti tra loro omogenei che — - frutto dell ’ ini 11

Made with FlippingBook flipbook maker