Transizione 1985
ziativa dei delegati comunisti e della « terza componente » — dif ficilmente avrebbero potuto essere in seguito ignorati. In quel momento, con quel rifiuto, prima ancora che con la rottura finale di vertice, venne sancita la fine di un ’ intera stagione del sindacato del nostro paese. Si trattava, per altro, della conclusione d ’ un lungo cammino che aveva visto, parallelamente al processo di gra duale coinvolgimento-cooptazione dei sindacati nell ’ attività di isti tuzioni centrali e periferiche ed alla loro graduale investitura di pervasivi poteri di rappresentanza generale, crescere anche il disa gio e la rassegnazione di gruppi sempre più ampli di lavoratori, che dai sindacati stessi si sentivano o non sufficientemente tutelati (si pensi al caso di molte c.d. professionalità in espansione) o sotto protetti (dai cassintegrati ai lavoratori precari), e comunque e- spropriati di qualsiasi reale ed effettiva partecipazione ai momenti decisionali. Neppure il c.d. movimento degli « autoconvocati », che caratterizza poi la fine dell ’ inverno e quindi la primavera del 1984, è dunque un frutto del caso. Nemmeno lo è, a quanto pare, il fatto che a quel movimento nessuna forza sindacale sia stata in grado di assicurare un tangibile risultato politico. Eppure, l ’ unica richiesta che esso poneva era proprio questa: un innesto radicale di presenza militante al posto della passività e dell ’ assenza: non un quarto sindacato, ma una trasformazione laica e democratica dei sindacati confederali esistenti. Lasciamo a chi non ne ha avuto esperienza diretta parlare — o per accademia o per opportunismo — di « cascami » sessantotteschi. Nei fatti, proprio per la loro estrazione ed esperienza sindacale, quegli « autoconvocati » miravano — al meno nel loro complesso — ad ottenere una riforma del « modo di fare il sindacato ». Fino ad ora, non l ’ hanno ottenuta. Anzi, a proposito di democrazia interna (che postulerebbe anche una ride finizione di strutture e discipline: tutt ’ altro che il chienlit di pitto resche assemblee senz ’ arte né parte), l ’ impressione più fondata è che, in questi mesi, i sindacati (tutti e tre) abbiano perso molte e forse troppe occasioni; che il vecchio « sindacalese » abbia conti nuato a fare tutt ’ uno con la vischiosità, non soltanto organizzativa ma anche mentale, dei rapporti da tempo ossificati; che ci si sia limitati, insomma, come vuole la nostra tradizione, a cantare in coro « partiam, partiam ». Nel frattempo, tuttavia, i meccanismi della crisi hanno fatto parecchia strada: l ’ hanno percorsa in parecchi luoghi di lavoro. Si cominciò già nel febbraio, all ’ indomani del decreto, nel settore dei pubblici trasporti, in nome del « codice » di autoregolamentazione 12
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