Transizione 1985

nari, i trasferimenti d ’ ufficio disposti dal Consiglio Superiore della Magistratura e le iniziative penali contro magistrati corrotti dal potere mafioso dimostrano che non tutti i giudici fanno un uso corretto dei loro poteri. Sintomi pericolosi della crescente insofferenza dei giudici sono anche le recenti sentenze della Cassazione in tema di libertà di stampa. Sia la decisione delle Sezioni Unite della Cassazione Pena le del 30/6/1984, sia soprattutto Formai notissima sentenza della I a sezione della Cassazione civile del 17/4/84, contenente il c.d. decalogo deontologico del giornalista, denotano un irrigidi mento ed una involuzione che non possono non essere interpretati come decisioni in causa propria, come una reazione dei giudici nei confronti delle critiche e del controllo sociale operato dalla stampa nei loro confronti. — Un ’ ulteriore e negativa conseguenza va ricercata nel crescen te isolamento dei giudici nei confronti della cultura giuridica, so prattutto per quanto riguarda le linee di tendenza elaborate in sede di riforma del processo penale. Questo atteggiamento si mani festa in due direzioni: a) in primo luogo sono soprattutto i giudici maggiormente impegnati nei grandi processi di mafia e di camorra ad insistere perché vengano estese a queste forme di criminalità organizzata norme premiali che in qualche modo ricalchino quelle a suo tempo emanate contro il terrorismo. È vero che recentemente vi sono state numerose conferme della diffusione del fenomeno della colla borazione con la giustizia anche nei processi di mafia e di camor ra, ma sarebbe un grave errore sottovalutare i rischi che può com portare il ricorso generalizzato ed istituzionalizzato alla collabora zione con l ’ autorità giudiziaria di imputati provenienti da queste forme di criminalità. Sembra cioè che alcuni giudici — anche tra i più capaci — si stiano adagiando nella speranza, o illusione che dir si voglia, di risolvere grandi inchieste con l ’ ausilio dei c.d. pentiti, dimentican do che nei processi di mafia le prove più certe e sicure sono quelle documentali, ricavabili dalle indagini patrimoniali, bancarie, societarie, fiscali e tributarie introdotte dalla legge La Torre. Eppu re quei giudici sanno benissimo che proprio nei processi di mafia le accuse verbali — siano esse provenienti da imputati o da testi moni — sono quelle più esposte a clamorose ritrattazioni dibatti 23

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