Transizione 1985

spesso tradotta in uno stupido ostruzionismo contro chi voleva dotare il vecchio alloggio di un bagno nuovo, o chiedeva di sposta re un tramezzo e realizzare un ascensore; e questo sistema burocra tico di concepire le moderne norme urbanistiche va combattuto ed eliminato. Ma è anche vero che per le grosse operazioni più o meno speculative, spesso la mano pubblica chiude tutti e due gli occhi, malgrado le buone intenzioni delle riforme: e su questi episodi fondamentali l ’ opinione pubblica non viene abbastanza sollecitata. La sinistra sembra aver ridotto il proprio interesse alla proble matica urbanistica. Forse perché la trasformazione delle città non avviene più come nel passato con la crescita vistosa delle periferie a macchia d ’ olio, senza servizi; ma piuttosto con poche operazioni strategiche, appariscenti quanto tutte ugualmente giustificabili con le « necessità del progresso ». Non si è abbastanza seguita la tra sformazione del regime immobiliare, passato dallo sfruttamento delle rendite assolute a quello delle rendite differenziali: e sembra sottovalutato l ’ intreccio indissolubile che queste ultime hanno spesso con le rendite finanziarie. È stato allora più facile far credere a tanta gente che, con la crisi economica e occupazionale, il riformismo urbanistico — le leggi, i piani, le gestioni riformiste — fosse un lusso insopportabile per il Paese. Mentre è vero proprio il contrario: la « deregulation » di stampo reaganiano nel settore della urbanistica e dell ’ abitazione, non solo non ci farà risparmiare una lira, ma sottopone le strutture urbane e ambientali a pesanti degradazioni, che ridurranno la tenu ta sociale e la stessa capacità produttiva di tante città e di tutto il territorio nazionale.

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