Transizione 1987

e) il ripensamento della “ partecipazione ” , non più vista o qua le “ parlamentarismo dilatato nel territorio ” o quale mera coopta zione di nuovi soggetti nelle vecchie strutture dell ’ amministrazio- ne o quale allungamento di procedure immutate o solo quale mo bilitazione dall ’ alto. Il punto di riferimento tendeva ad essere non più la mitica coincidenza fra governanti e governati ma l ’ organiz zazione del controllo dei cittadini sull ’ esercizio dei pubblici poteri; i punti di riferimento, per essere brevi, divenivano quelli liberal- democratici dei “ procedimenti ” , non quelli radicaldemocratici delle “ assemblee ” , né quelli cattolicodemocratici della “ democrazia sotto l ’ albero ” . Da qui l ’ esigenza di una conseguente valorizzazione del principio di “ responsabilità ” , della netta individuazione cioè, al di là delle cogestioni deresponsabilizzanti, di chi premiare o punire; /) il superamento dell ’ endiadi partecipazione-decentramento che aveva retto la politica istituzionale delle sinistre lungo gli anni ’ 70. Si andava prendendo coscienza che il decentramento — que sto il punto centrale dell ’ analisi allora compiuta — non realizza di per sé partecipazione ed anzi può talvolta soffocare e inaridire la partecipazione stessa (basti pensare ad alcuni effetti della istituzio nalizzazione dei quartieri o ad alcuni effetti perversi in talune Regioni dello stesso decentramento regionale), e che anzi può a- versi partecipazione più intensa anche realizzando rapporti diretti fra gruppi, associazioni, movimenti e punti centrali dell ’ organizza zione dei pubblici poteri; g) una equilibrata valorizzazione degli strumenti di democrazia diretta, fra cui quelli referendari. Sono note le diffidenze e le ostilità in quegli anni anche nel PCI verso questi istituti, del resto trascurati in tanti Statuti regionali. Diffidenze non del tutto ingiu stificate tenuto conto che si tratta di uno strumento il cui uso, se non adeguatamente disciplinato, può dar luogo o a tentazioni plebi scitarie o a sterili sussulti movimentistici o a strumentalizzazioni partitiche. Essi però venivano visti come un importante canale (e tale è stato il referendum che il Comune di Bologna, primo in Ita lia, ha organizzato nel 1984) attraverso cui movimenti, gruppi e as sociazioni possono intervenire con un ’ azione diretta nella società o attraverso cui si può dare risposta a domande “ trasversali ” . Una rivoluzione copernicana quella compiuta partendo dai “ di ritti ” dei singoli e dei gruppi rispetto alla esigenza di ridistribu zione del potere politico di chi guarda solo ai rami alti dell ’ ordi namento? Credo si possa dare una risposta affermativa: purché accanto ai 35

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