Impegno presente 3-1960

lizzate indagate in ogni movimento. La sicurezza con cui si muovevano le figure di Balzac in un mondo che non nascondeva nulla di imprevisto o di assurdo si è mutata nella incertezza e timore per un mondo pieno di tragiche sorprese. Procedendo su quest'ultima strada, l ’ indagine non potrà che acuirsi, lo sguardo farsi sempre più fisso sul dato interiore, meno attento al dinamismo vero o falso che è intorno a sé. L ’ innovazione su questi schemi non poteva avvenire che sostituendo alla coscienza pen sante che agisce e si muove col dinamismo che è fuori di sé, tanto da con fondere passato e presente, pensiero e realtà (Proust), la immersione nel pensato, nelle cose, nei fatti: analogie che sono gli sconosciuti moventi dei pensieri. Ma la base rimane sempre la stessa, cioè una posizione ogget tivistica o soggettivistica che non ammette la coesistenza del soggetto e dell ’ oggetto. Quindi Nathalie Sarraute non fa nessuna scoperta importante quando, presentando lo sviluppo atuale del romanzo, dice che: « Il (il lettore) a connu Joyce Proust, Freud... il a vu le temps cesser d ’ étre ce courant rapide qui poussant en avant l ’ intrigue pour devenir une eau dormante au fond de laquelle s ’ elaborent de lentes et subtiles decompositions ». E non fa nessuna scoperta proprio perché un equivoco rimane il fondamento delle sue idee, cioè di credere innovazioni ciò che è la estrema macera zione d ’ uno strumento culturale romantico, l ’ ultimo stadio d ’ un romanzo ammalato inguaribilmente, sulla scia di coloro che reagirono al romanzo d ’ azione e a tesi ottocentesco e lo portarono sempre più verso il romanzo della non azione, della contemplazione assoluta. Certo questa non azione non è priva di significato in sé, infatti deriva dalla distruzione esisten zialista dei valori o forme (dice appunto A. Guglielmi sul numero citato del Verri che « non rappresentano ormai che un prontuario di regole pra tiche », ma penso bisognerebbe vedere in che modo), da una situazione attuale di disagio, da un disincantamento assoluto che le guèrre, le distru zioni, i massacri di questo cosi tragico e denso mezzo secolo hanno alimen tato, ed inoltre dalla particolare situazione in cui l ’ uomo si è venuto a trovare nella società moderna. Il mondo odierno ha una vita di gruppo, di integrazione dell ’ individuo nella massa (se non altro in senso produttivo). Ma è reale o apparente tutto ciò? L ’ individuo singolo è davvero parte della collettività anche spi ritualmente, ne condivide gli interessi, i problemi o ne fa parte per una necessità esterna organizzativa? Effettivamente egli è slegato spiritual- mente dalla collettività e tra sé e gli altri non v ’ è continuità ideale. È iso lato ed alienato dalla società.

Michel Butor fa notare l ’ importanza delle « circonstances » e pone l ’ ac cento sul determinismo che regola la vita dei suoi personaggi, tutti costoro non fanno che rimettere in circolazione vecchie formule dell ’ esistenziali smo sartriano, senza voler né poter aggiungerci niente. Se qualcosa è mutato è la loro posizione formale verso tutto questo. Italo Calvino dice che « la rappresentazione completa del processo è compiuta da Sartre restando al di qua dal punto di vista della coscienza, della scelta, della libertà. Oggi è dato il giro: il punto di vista è quello del magma » (cioè della materia vivente, della oggettività indifferenziata che coinvolge l ’ io e le cose) 1 . Quindi costoro hanno compiuto un passo verso una involuzione, sosti tuendo al dualismo traballante di Sartre un mondo indifferenziato con cui l ’ uomo non può porsi in posizione di dialogo, perché è sommerso, cosa tra le cose, ed è sbalottato dagli eventi senza poterci fare nulla. Dell ’ uma nità, intelligenza, coscienza dei valori sociali che sussistono in parte in Sartre non rimane che il regard, il senso fisiologico puro e semplice. Chia mando questa evoluzione, saremo costretti ad ammettere che effettivamente una evoluzione è avvenuta tra gli esponenti di questa scuola ed i loro predecessori (Balzac, Flaubert, Proust e Joyce) come Robbe-Grillet e la Sarraute si sforzano di dimostrare. Il romanzo, dalla forma balzachiana a quella moderna della autobio grafia, della testimonianza spesso in prima persona, ha avuto uno sviluppo verso un soggettivismo più cosciente della difficoltà dei rapporti tra l ’ uomo e la realtà esterna. Lo scrittore in Flaubert poteva ancora concedere molto a un dato decorativo che restava estraneo alla vicenda; questo perché lui stesso era estraneo alla vicenda e quindi l ’ impersonalità della narrazione era il mezzo più sicuro per esprimersi. Lo sguardo era portato « fuori », agli uomini, alle cose, perché il mondo era come un regno da conquistare, secondo una visione tipica della borghesia in fase d ’ evoluzione, che perso naggi come Rastignac e Lucien de Rubempré sintetizzavano molto bene. Già in Joyce lo sguardo era portato « dentro » e l ’ interiorità era come un nuovo continente da scoprire. Questo in seguito ad una subentrata staticità della visione borghese ed una conseguente autocontemplazione più accentuata. Conseguenza di tale sviluppo è la diversa psicologia dei personaggi che non sono più « costruiti » per ottenere determinati scopi, pensiero dopo pensiero fino ad essere figure indimenticabili che, come diceva Pavese, « fanno concorrenza all ’ anagrafe », ma « smontate » ana 1 I. C alvino , Il mare dell ’ oggettività, in: Menabò N. 2.

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