Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
ferma a riflettere anche su Molinella e Massarenti 11 . L ’ importanza ai nostri fini dei saggi di Basevi e di Colombi, quello di quest ’ ultimo soprattutto e su esso quindi mi soffermerò, è tuttavia data soprattut to dal fatto che permettono di cogliere come, in una fase nuova del la vita del PCI e in una temperie ideologica particolare, venga «vis suta» dal partito l’ esperienza del sindacalismo rivoluzionario e quali impulsi vengono trasmessi ai suoi intellettuali. 3. Il giudizio che si ricava da Sindacalismo e riformismo è net to, secco. Il sindacalismo rivoluzionario porta non alla vittoria, ma alla sconfitta dei lavoratori: «il tradimento riformista — scrive Co lombi — è palese e suscita sdegno ma la responsabilità della disfat ta deve ricercarsi nella tattica sindacalista». Tuttavia — sono anco ra parole di Colombi — «nell ’ accettazione del verbo sindacalista da parte di queste masse (...) vi era una sana reazione contro la dege nerazione collaborazionista del riformismo». Il legame fra dirigenti socialisti rivoluzionari e masse è in date zone (Colombi si riferisce a Parma e allo sciopero del 1908) così saldo che «i capi riformisti do vevano subire una situazione non accettata e lo facevano a denti stretti per non perdere il contatto con le masse» 12 . A prima vista può apparire di trovarsi di fronte ad una semplice volgarizzazione delle tesi di Gramsci, ma a guardare più a fondo si percepisce d ’ essere dinnanzi ad una schematizzazione che induce modifiche sostanziali nei dati di fondo dell ’ analisi. Gramsci non è a più riprese meno duro nella polemica verso i capi sindacalisti rivolu zionari. Ma il suo giudizio sul movimento si avvale in maniera ben di versa delle armi della dialettica. Lo sguardo penetra così ben più profondamente. In Alcuni temi della questione meridionale — un testo come si è visto, noto al partito fin dagli anni ’ 30 — la saldatura masse personale politico sindacalista rivoluzionario è posta non nei termini dell ’ accettazione da parte delle masse del «verbo sindacalista», ma in quelli della percezione di massa — «istintiva, elementare, primiti va, ma sana», sono le parole di Gramsci — della necessità di un blocco sociale alternativo la cui esigenza promana e passa attra verso la intuizione, nulla più dell ’ intuizione, delle contraddizioni prin cipali della formazione economico-sociale capitalistica italiana: città-campagna, nord-sud. In questo quadro, che non è di semplice rigetto spontaneo del «tradimento» riformista, si colloca l’ embriona le risveglio delle masse meridionali, il «debole tentativo» economico dei contadini del sua, «rappresentati dai loro intellettuali più avanza ti» 13 . Ma anche sub specie sindacalista rivoluzionaria il movimento operaio non riesce a spezzare le catene dell'essere «solo una fun zione della libera concorrenza capitalistica», come scrive nel ’ 19 su «L ’ ordine nuovo» 14. Perchè tale fallimento? Prima di tentare di definire la risposta gramsciana merita sottolineare che l’ analisi di Gramsci propone le sfaccettature e le articolazioni del movimento sindacalista rivoluzio nario in tutta la loro ampiezza. Se ne vede la matrice e il radicamen to contadini — come, oltre che in Alcuni temi della quistione meri dionale, nella nota Emigrazione e movimenti intellettuali — ne co-
“ Colombi, Giuseppe Massarenti ora in A. Colombi, Pagine di storia del movimen to operaio, Roma 1951, pp. 191 sgg. (nel lo stesso volume sono raccolti anche gli scritti che formano l ’ opuscolo Sindacali smo e riformismo). 12 Colombi, Sindacalismo e riformismo, Milano 1950, pp. 17, 10, 14.
13 Gramsci, La costruzione del partito comunista 1923-1926, Torino 1974 4 , p. 146. Corsivo mio. 14 Gramsci, L'ordine nuovo 1919-1920, Torino 1954, p. 14.
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