Problemi della transizione 1979
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PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE TRIMESTRALE DI CULTURA E POLITICA 1/1979
F. Galgano. S. Veca,
Democrazia in Occidente
E. Somaini,
W. Tega, G. Guglielmi,
Discussioni
G. Gavioli, S. Testoni-R. Raffaelli, ! G. Campos Venuti, R. Fieschi, G. Giorello-M. Mondadori, Finzi,
Pratiche Editrice Note e rassegne G. Toraldo Di Francia-M. Piattelli Paimarini, F. Masini, O. Calabrese, __
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PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE Reg. Trib. di Parma N. 599
Consiglio di redazione: Fulvia Bando li, Marzio Barbagli, Franco Bricola, Dino Buzzetti, Omar Calabrese, An drea Cammelli, Carlo Castellano, Franco Celli, Andrea Cenerini, Pier Luigi Cervellati, Enrica Collotti Pi- schei, Renzo Cremante, Fausto Curi, Roberto Dionigi, Marco Fontana, Pie tro Formica, Ferruccio Giacanelli, Guido Guglielmi, Giorgio Ghezzi, Lo ris Lugli, Umberto Romagnoli, Ales sandro Roveri, Ennio Scolari, Renato Zangheri.
Francesco Galgano - Direttore
Comitato di redazione: Fausto Ander lini, Giuseppe Campos Venuti, Flavio Caroli, Saverio Caruso, Roberto Fie- schi, Roberto Finzi, Giuseppe Gavioli, Mario Lavagetto, Tomàs Maldonado, Eugenio Somaini, Walter Tega, Salva tore Veca.
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Direttore Responsabile: Gian Pietro Testa. Segreteria di Redazione: Pier Paolo D ’ Attorre - Maurizio Viroli. Progetto Grafico: Antonio Barrese. Tipografia: Grafiche STEP Cooperativa - Moletolo (Parma) - Giugno 1979.
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
La rivista si propone di contribuire all ’ analisi della crisi economica e sociale, dei modelli di riflessione e di comporta mento; di cogliere i segni del cambiamento ed il formarsi del nuovo nei diversi ambiti: nei rapporti sociali, nelle forme di or ganizzazione della vita collettiva, nelle istituzioni, nel senso co mune, negli orientamenti scientifici. La prospettiva è quella aperta dall ’ azione del movimento operaio e delle altre forze de mocratiche per il superamento, oltre «l ’ emergenza», della crisi storica della società capitalistica. i L ’ intento è di interpretare i processi in atto in questa socie- I tà e di^Btàfe ogni contributo di puntuali ragioni critiche e di ! fortèlenTiònèfLogettudle^di giungere dóve è possibile a indivi- i duare ipotesi d i intervento teorico.e politicar superando i limiti di culture che si esauriscono semplicemente entro il quotidiano e il particolare o che si rinchiudono nei confini di un dissenso fine a sè stesso o che~ripregznto~riella mera razionalizzazione dell ’ esistente. Nasce, per iniziativa di un gruppo di intellettuali comuni sti, fFTEmilia-Itomagna, punto Jocale delle' contraddizioni ge nerali del nostro paese, luogo nel quale si esprimono con gran de intensità i mutamenti economici, sociali, culturali; non mo dello, certo, ma labofàtorio^che ha consentito al movimento operaio e contadino, alle forze popolari, di sviluppare le pro prie convinzioni democratiche e le proprie capacità di rinnova mento e di governo. Le difficoltà dell ’ iniziativa non possono essere sottovaluta te, nè si può dimenticare la necessità di aprire il confronto e la discussione con riviste di lunga e consolidata tradizione, che nascono in Emilia, ma la cui portata culturale e politica è di li vello nazionale. Ampio e differenziato è il campo dei problemi che la rivi sta intende affrontare. Fra questi, in primo luogo, l ’ analisi della realtà italiana, con la preoccupazione di contribuire al rinnova mento del patrimonio culturale del movimento operaio e di in trecciare, quanto più possibile, il livello della riflessione gene rale e nazionale con quello particolare e regionale. Già in questo primo numero abbiamo inteso proporre un insieme ampio di temi di discussione, aprire campi di ricerca, formulare domande, e il proposito è di verificare progressiva mente e per prove gli strumenti e i metodi. 1 filoni principali di questo fascicolo sono i soggett i dellajrasformazione, la ragione scientifica e alcuni aspetti dell ’ attuale dibattito culturale. Insistono sul primo tema i lavori di Walter Tega (Senso co mune e egemonia) e Francesco Galgano (Democrazia in Occi dente) che considera il rapporto fra forme politiche e sistemi
economici; di Eugenio Somaini (Si può programmare con il sin dacato? Scambio indiretto e contrattazione programmata) che anche dal punto di vista degli strumenti di analisi, intende aprire una ricerca e una discussione sul problema della pro grammazione dal versante del sindacato; di Giuseppe Gavioli (Aspetti della discussione sull ’ Emilia); di S. Testoni e R. Raf faeli («Economia periferica» e piccola e media impresa) che avanzano elementi di analisi e di valutazione su alcuni aspetti paradigmatici della riflessione sull ’ Emilia; di G. Campos Venu ti che, a partire da una vicenda tanto significativa come Velabo razione e l ’ esperienza di governo — così intensa in Emilia — sui fenomeni urbani e sulla cultura della città, propone un ’ ipotesi di lettura complessiva e di analisi strutturale (Centri storici e nuova cultura della città). Al secondo sono dedicati i contributi di Salvatore Veca (Ragione, potere, sviluppo); Giulio Giorello-Marco Mondado ri (Oltre il metodo. Mutamento e conoscenza scientifica); G. Toraldo di Francia-M. Piattelli Paimarini (I livelli della realtà); Roberto Fieschi (Razionalità e governo della ricerca: lo scena rio energetico). Nel terzo filone rientrano, infine, i lavori di Guido Gu glielmi (Il sogno di una cosa. Lukàcs, Adorno e le avanguar die); Omar Calabrese (Cultura e ideologia nella ricerca italiana sui mass-media. Le riviste); F. Masini (La fortuna di Nietzsche in Italia) e un contributo di Roberto Finzi (Tradizione comuni sta e sindacalismo rivoluzionario) alla rilettura di un aspetto della storiografia sul movimento operaio italiano.
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
INDICE
NOTE E RASSEGNE G. Toraldo Di Francia M. Piattelli Paimarini I livelli della realtà
DISCUSSIONI G. Gavioli Aspetti della discussione sull ’ Emilia pag. 58 S. Testoni - R. Raffaelli «Economia periferica» e piccola e media impresa pag. 65 G. Campos Venuti Centri storici e nuova cultura della città pag- 74 R. Fieschi Razionalità e governo della ricerca: lo scenario energetico pag. 85 G. Giorello - M. Mondadori Oltre il metodo. Mutamento e conoscenza scientifica pag. 93 R. Finzi Tradizione comunista e sindacalismo rivoluzionario pag. 100
SAGGI F. Galgano Democrazia in Occidente pag. 2 S. Veca Ragione, potere, sviluppo Questioni di metodo nella crisi attuale pag- 16 E. Somaini Si può programmare con il sindacato? Scambio indiretto e contrattazione programmata pag. 25 W. Tega Senso comune e egemonia pag. 37 G. Guglielmi Il sogno di una cosa Lukàcs, Adorno e le avanguardie pag. 46
pag. 114 F. Masini La fortuna di Nietzsche in Italia pag. 118 O. Calabrese Cultura e ideologia nella ricerca italiana sui mass-media.
Le riviste pag. 121
SAGGI
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
Democrazia
in Occidente
di Francesco Galgano
1. Il dibattito sulla democrazia in Occidente ha un pas saggio obbligato, ed è un passaggio che la cultura liberaldemo- cratica assai spesso elude. E il rapporto fra democrazia e capi talismo, fra forma politica e modo di produzione. Né, quando su questo rapporto si riflette, se ne considera il più rilevante aspetto, che sta nella disuguale estensione dei termini del rap porto: nel carattere prettamente nazionale dei sistemi politici, segnati dai confini di ciascun paese, in contrasto con il caratte re prevalentemente internazionale del capitalismo, organizzato su aree geografiche di gran lunga più vaste. Non vale compara re fra loro i diversi «modelli» di democrazia vigenti in Occiden te, e discutere sugli intrinseci pregi e difetti del bipartitismo o del multipartitismo, dell ’ alternanza o della maggioranza di coalizione, della dialettica governo-opposizione o dell ’ unità na zionale, se non si colgono i nessi fra i diversi modelli politici e i correlativi sistemi o subsistemi economici, e soprattutto se non si considera che ciascuno di essi è il modello politico di un «anello» del capitalismo e che ha una storica ragion d ’ essere nella collocazione di ciascun paese lungo la «catena» dell ’ eco nomia occidentale. Di questo limite del dibattito è emblematica, per ciò che direttamente ci riguarda, la discussione sul cosiddetto «caso italiano», solitamente descritto come la risultante di due sepa rate «anomalie». C ’ è un caso italiano in politica, anomalo per ché difforme ai modelli delle più antiche e consolidate demo crazie. E c ’ è un caso italiano in economia, a sua volta anomalo per il perverso carattere del nostro capitalismo quale capitali smo «assistito». Chi si è domandato se esista un interno rap porto, e quale interno rapporto esista, fra queste asserite ano malie? Ma ad analogo giudizio il dibattito si espone anche quando verte sui sistemi di democrazia assunti come pietra di paragone della democrazia occidentale: chi si è interrogato sul nesso fra questi sistemi politici ed il fatto che essi si sono forma ti entro gli anelli «forti» del capitalismo? Chi ha esaminato il rapporto fra i subsistemi economici dell ’ occidente e i rispettivi sistemi politici? C ’ è una lacuna nell ’ analisi dei sistemi politici occidentali, e questa lacuna spiega poi le ricorrenti proposte di meccanica trasposizione di «modelli» da un paese all ’ altro, ali menta la conformistica aspirazione a vestire, per sentirsi più «occidentali», gli stessi panni politici delle società industriali «più avanzate». 2. Di democrazia e capitalismo discute, in America, la cultura liberal; ma l ’ esigenza del dibattito nasce, più che sul ter reno della politica, su quello dell ’ economia. Qui si manifesta lo
Democrazia in un solo paese?
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Democrazia in Occidente
smisurato potere delle grandi imprese, paragonato da Berle al potere dei monarchi del diciassettesimo e del diciottesimo secolo 1 ; qui sta l ’ elemento di contraddizione rispetto alla de mocrazia politica: per il crescente sviluppo dei monopoli una legittima libertà dei privati, la libertà economica, si è tramutata in potere, in «potere politico non statuale», ed in un potere non sorretto — come la democrazia esige — dal «giusto consenso dei governati» 2 , che contraddice alla Costituzione americana, giacché «la legittimità» può essere conferita solo dal sovrano e, nella tradizione americana, il popolo è sovrano» 3 . Come conci liare, nell ’ era dei monopoli, la democrazia con il capitalismo, la sovranità popolare con la proprietà privata dei mezzi di pro duzione? Per un istante, ma solo per un istante, la sociologia americana è tentata di argomentare che il potere economico, per essere assoggettato alla sovranità popolare, dovrebbe esse re trasferito allo Stato 4 . La soluzione viene subito scartata: equivarrebbe a negazione di quel valore della società americana che è il pluralismo economico 5 . Non c ’ è, allora, altro rimedio per gli abitanti dei «nuovi feudi» — proprio come di fronte ai monarchi assoluti — se non la fede nella «coscienza del re» 6 . Altro non resta, per la cultura liberal, se non sperare che nasca un nuovo Hobbes o un nuovo Locke, capace di «mettere ordi ne» nella filosofia politica della società industriale avanzata 7 . Il dibattito è, dunque, ad un punto morto; si confessa il fallimento degli obiettivi fondamentali del New Deal (che pure raggiunse, come è incontroverso, i suoi obiettivi anticongiuntu rali): questo doveva spezzare, una volta per tutte, la concentra zione del potere economico, doveva ripristinare il mercato con correnziale, riportare la proprietà privata dei mezzi di produ zione, diventata fonte di potere politico privato, incompatibile con la sovranità popolare, nel suo alveo naturale dei diritti e delle libertà civili, dei quali tutti possono vantaggiosamente fruire e nessuno può impunemente abusare. Ciò che oggi è ri masto del New Deal è la legislazione antimonopolistica: solo — constata Galbraith — «la foglia di fico dietro la quale il po tere si nasconde alla vista» 8 . Oppure il potere economico dello Stato federale, sconosciuto all ’ America preroosvelthiana: dove va, negli intenti del New Deal, riattivare i meccanismi sponta nei del mercato; è sopravvissuto come sostegno, interno e inter nazionale, delle imprese monopolistiche 9 . Bisogna leggere, so prattutto, i marxisti americani per rendersi conto delle ragioni della crescente divaricazione fra democrazia e capitalismo: è la progressiva caduta del saggio di profitto, sono i sempre più stringenti limiti all ’ accumulazione ad imporre un processo in calzante di concentrazione industriale e, quindi, l ’ espansione di questi nuovi Leviathani (non a caso si è pensato a Hobbes) ol tre i confini nazionali, in aree geografiche sempre più vaste 10 . E lo stesso Galbraith deve convenire che i grandi monopoli inve stono nella produzione sterminate risorse, ed hanno bisogno — altro che ripristino della concorrenza — di una economia sgombera dalle incertezze del mercato 11 . Del resto, la parola 1 Berle, Thè 2Oth. Century Capitalism Re volution, New York, 1954, pp. 60 ss., 172 ss. 2 Ibidem, p. 60. 3 Mason, in La grande impresa nella socie tà moderna, trad. it., Milano, 1970, p. 27. 3 Berle, op. cit., p. 172. 5 Ibidem. 6 È la critica che a Berle rivolge Ferry, in Thè Corporation Take-over, New York, 1965, p. 115. 7 Così, almeno, spera Mason, op. cit., p. 24 s. 8 Galbraith, Il nuovo Stato industriale, trad. it., Torino, 1968, p. 163. 9 Ancora Galbraith, op. cit., p. 259 ss.
10 Baran e Sweezy, Il capitale monopolisti co, trad. it., 1968; Sweezy, Il presente co me storia, trad. it., 1962. 11 Galbraith, op. cit., p. 29.
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PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
d ’ ordine della deregulation, lanciata dall ’ amministrazione Car ter, alla quale si sono acriticamente adeguati i neo-liberisti europei 12 , esprime una linea programmatica di resa dello Stato di fronte ai monopoli, del tutto antitetica rispetto alla tradizio ne del New Deal. Se coglie la contraddizione fra democrazia e capitalismo, il pensiero liberal americano ne coglie, tuttavia, solo l ’ aspetto na zionale. È colpito dal potere politico interno delle grandi con centrazioni industriali, e non anche dal loro potere politico in ternazionale; può, nel confronto fra antico e nuovo assoluti smo, trarre motivo di conforto: per gli abitanti dei «nuovi feu di», a differenza che per gli antichi, il problema non sta nel fat to di condurre vita stentata, ma solo di condurre una vita deci sa da altri 13 . Hanno uguale motivo di conforto gli abitanti dei «feudi» esterni delle multinazionali americane? Ecco dove sta il limite del dibattito americano su democrazia e capitalismo: sta, volendo rovesciare una celebre formula, nel voler discutere del la democrazia in un solo paese, mentre l ’ altro termine del rap porto, ossia il capitalismo, è solo in parte, e in parte trascurabi le, riducibile a sistema economico di un solo paese. democrazia e capitalismo, non è nato neppure in Europa. Qui il dibattito sulla democrazia ha subito una diversa stimolazio ne: è stato influenzato, in Francia, dalla prospettiva di un pos sibile successo elettorale delle sinistre; ha tratto alimento, in Italia, dal voto del 20 giugno. Più che di democrazia e capitali smo, si è preferito discutere di democrazia e socialismo: «nuovi filosofi» sono nati, ma solo per illustrare ciò che, vent ’ anni or sono, l ’ America aveva appreso da MacCarthy, che il socialismo reale è il solo socialismo possibile ed è, per sua natura, dispoti co e liberticida. Pur tuttavia il dibattito su democrazia e sociali smo ha finito con il diventare, talvolta, anche un dibattito su democrazia e capitalismo: al giudizio storico sul socialismo reale, definito come «socialismo senza democrazia», si è ac compagnata la constatazione del limite storico della democra zia borghese, giudicata a sua volta come «democrazia dimidia- ta». Troviamo entrambi i giudizi nelle pagine di quel filosofo che è stato, da noi, il punto di riferimento costante del dibatti to: nell ’ esperienza dei paesi socialisti il trasferimento dei mezzi di produzione dai privati allo Stato ha dato corpo ad «una for ma di potere che scende dall ’ alto in basso», e che è perciò l ’ op posto della democrazia. Nella società capitalistica, d ’ altra par te, dove permane la proprietà privata dei mezzi di produzione, la democrazia appare «dimidiata», perché non arriva alle «grandi decisioni che riguardano lo sviluppo economico», per ché si scontra con i «limiti di fatto del potere strettamente poli tico in una società capitalistica, dove le grandi decisioni econo miche sono prese da un potere in parte privato e oggi in parte anche non nazionale». Ed il giudizio è formulato in termini tali da lasciare campo alla speranza: la democrazia resterà dimidia 3. Il nuovo Hobbes o il nuovo Locke, capace di conciliare
La democrazia non da il
socialismo?
12 E sullo «slogan dei “ lacci e lacciuoli ” , parallelo a quello del deregulation lanciato dall ’ amministrazione Carter negli Stati Uniti», v. Carli, in Rivista di politica indu striale, 1978, p. 274. 13 Ferry, op. cit., p. 115.
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Democrazia in Occidente
ta «almeno fino a che perdura la separazione fra società civile e società politica» 14 . È vano attendere, allora, la nascita del Grande Filosofo, capace di conciliare l ’ inconciliabile. Il punto è che la democra zia «dimidiata», della quale discorre Bobbio, è coessenziale alla società capitalistica; è il massimo di democrazia politica com patibile con il mantenimento del modo capitalistico di produ zione. Se la democrazia occidentale resta «dimidiata», secondo il giudizio di Bobbio, perché non è arrivata alle «grandi decisio ni che riguardano lo sviluppo economico», bisogna aggiungere che questo suo limite storico è anche un suo limite necessario, oltre il quale essa non può essere spinta senza, per ciò stesso, mettere in discussione il fondamento della società capitalistica: la separazione, appunto, della società civile dalla società politi ca, l ’ appropriazione privata del prodotto sociale. È una considerazione tutt ’ altro che nuova: fu formulata da Marx, la troviamo ampiamente svolta proprio da Lenin. Nelle Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 leggiamo che «le condizioni democratiche pongono in discussione le basi stesse della società borghese» 15 . E leggiamo in Stato e rivoluzione: «la democrazia ha una enorme importanza nella lotta della classe operaia contro i capitalisti per la propria liberazione»; e poi «qui “ la quantità si trasforma in qualità ” : tale grado di demo cratismo significa uscire dal quadro della società borghese, si gnifica l ’ inizio della sua riorganizzazione socialista. Se effetti vamente tutti partecipano alla gestione dello Stato il capitali smo non può più mantenersi. E lo sviluppo del capitalismo, a sua volta, crea le premesse perché effettivamente “ tutti ” possa no partecipare alla gestione dello Stato» 16 . Perché Lenin pensa va che, ad una data fase di sviluppo della democrazia, il capita lismo non potesse più «mantenersi»? Lo fa comprendere là do ve scrive «lo sviluppo della democrazia fino in fondo, la ricerca delle forme di un tale sviluppo, la loro verifica nella pratica, ecc., tutto ciò costituisce uno degli elementi fondamentali della lotta per la rivoluzione sociale. Nessuna democrazia, presa a sé, può dare il socialismo, ma nella realtà la democrazia non sarà mai “ presa a sé ” , ma farà parte di un tutto, eserciterà la propria influenza anche sull ’ economia, ne stimolerà la trasfor mazione, sarà soggetta all ’ influenza dello sviluppo economico, ecc. Questa è la dialettica della storia reale» 17 . Ma sono passati centotrent ’ anni dalle Lotte di classe in Francia, sessant ’ anni da Stato e rivoluzione. E giusto doman darci, come si domanda Bobbio, «perché dove si è realizzato il socialismo non vi sia democrazia e dove si sono osservate le re gole del gioco democratico il socialismo sinora non è venuto e non sembra nemmeno imminente (a giudicare anche dai paesi che in fatto di democrazia la sanno più lunga di noi)» 18 . Dob biamo, allora, trarre dall ’ esperienza storica il ^giudizio che non è possibile alcuna transizione democratica dal capitalismo al socialismo, e che la sola strada percorribile è quella poi di fatto praticata da Lenin? Dobbiamo concludere, proprio come i
14 Bobbio, in II marxismo e lo Stato, Ro- ma, 1976, p. 35 s. 15 Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, trad. it., Roma, 1970, p. 167. 16 Lenin, Stato e rivoluzione, trad. it., Ro ma, 1972, p. 114 s. 17 Ibidem, p. 91.
18 Bobbio, op. cit., p. 27.
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PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
nouvaux philosophes, che non c ’ è altro socialismo possibile al di fuori del socialismo autoritario? Stiamo attenti: il socialismo «non è venuto», nelle democrazie occidentali, per la semplice ragione che «nessuna democrazia, presa a sé, può dare il socia lismo». Che razza di analisi materialistica della storia sarebbe stata, altrimenti? Lenin dimostrava, in realtà, di saperla assai lunga in proposito: non è la democrazia che si tramuta, d ’ in canto, in socialismo; è lo «sviluppo del capitalismo» che crea, a sua volta, le premesse perché ciò possa accadere. Gli sviluppi in positivo, certo, come la socializzazione delle forze produttive, ma anche — e questa è la condizione storicamente rivelatasi co me necessaria — gli sviluppi in negativo, ossia le restrizioni cre scenti alla accumulazione del capitale, e la conseguente incapa cità del capitalismo di assicurare la prosperità generale. Se in America, per dirla con Galbraith, la parola socialismo non esercita alcuna particolare attrattiva 19 , ciò non si spiega per una ragione che attiene alla presunta inidoneità della democra zia — e quella americana è certo una antica e solida democrazia — di produrre il socialismo; si spiega, piuttosto, per le condi zioni di sviluppo del capitalismo americano, ancora capace di ricavare da vaste aree del mondo le quote di plusvalore che il mercato interno non può più fornire. Non è un caso che la contraddizione fra capitalismo e de mocrazia sia colta, in America, solo da intellettuali illuminati e non sia, come è da noi, una acuta contraddizione politica e so ciale. L ’ evidente ragione è nel fatto che quella contraddizione è solo in parte una contraddizione interna alla società americana ed è, in misura prevalente, una contraddizione che corre fra la società americana nel suo complesso ed il resto dell ’ occidente. Proprio il dibattito europeo sulla democrazia registra questa verità, presentandosi come l ’ immagine speculare del dibattito americano: spetta a noi constatare, come constata Bobbio, i «limiti di fatto del potere strettamente politico in una società capitalistica, dove le grandi decisioni economiche sono prese da un potere in parte privato e oggi in parte anche non naziona le». Là dove è evidente che solo in Europa, e in misura diversa nei diversi paesi, si può parlare di democrazia limitata da un potere «in parte non nazionale»: si dovrà dire «in tutto», anzi ché in parte, se il discorso si estende ai paesi del cosiddetto Ter zo mondo, e con una gradazione che dalla democrazia sempre più limitata arriva fino alla negazione di ogni parvenza di de mocrazia, ai regimi dispotici dell ’ America latina, dell ’ Asia o dell ’ Africa, sorretti o imposti dalle multinazionali americane. La democrazia in America, d ’ accordo, poggia su stabili equilibri, e «il socialismo non sembra imminente». La stessa al ternanza dei partiti al governo del paese appare priva di un se gno di classe, e agli occhi della maggioranza degli americani (che non vanno a votare) persino di un qualsiasi segno politico 20 . Ma questi stabili equilibri interni si reggono su equi libri esterni non altrettanto stabili. Gli sviluppi futuri della de mocrazia in America non dipenderanno, o non dipenderanno
19 Anche se poi si scrivono libri per dimo strare — così Sutton e altri, Il credo dell'imprenditore americano, trad. it., Mi lano, 1972, p. 67 - che il capitale della grande impresa «appartiene a migliaia di persone comuni», e che ciò costituisce «una promessa socialista di democrazia in dustriale».
20 Ciò su cui non si riflette, da noi, quando si qualifica «il modello dell ’ alternanza co me l ’ unico capace di governare i conflitti nelle società industriali avanzate» (così, fra i tanti, Coen, in Quale riforma dello Stato, Roma, 1978, p. X). Il conflitto che questo modello «governa» è davvero, e fino a qual punto, un conflitto interno alla società cui
viene applicato?
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Democrazia in Occidente
direttamente, da vicende interne alla società americana; dipen deranno dalle vicende che maturano lontano dai suoi confini: dipenderanno dalle lotte di liberazione nel Terzo mondo, dove la deposizione dei despoti locali equivale, quasi sempre, ad una sconfitta delle multinazionali americane; ma dipenderanno an che, e in misura determinante, dall ’ azione della classe operaia entro gli «anelli intermedi» del capitalismo contemporaneo. Non alludo solo alle interne politiche antimonopolistiche, di affrancazione dalla sudditanza dal capitale internazionale, che essa saprà sviluppare nei singoli paesi o in aree plurinazionali, come nella Comunità economica europea; alludo altresì alle politiche di più vasto raggio, rivolte — come si legge nelle Tesi del XV Congresso del Partito comunista italiano — al supera mento degli squilibri fra le diverse aree geografiche e alla eman cipazione economica dei paesi sottosviluppati, tese alla instau razione di un ordine economico internazionale basato sulla uguaglianza dei diritti e la reciprocità degli interessi. 4. Si continua a parlare, nel nostro paese, di un «caso ita liano»; se ne parla come di una separazione della realtà nazio nale dal contesto europeo e, più in generale, occidentale. Ne di scorrono i nostri politologi, alludendo alle trasformazioni del sistema politico, sempre più lontano dagli archetipi dell ’ Occi- dente, fino alla formazione di una maggioranza parlamentare pari alla quasi totalità delle forze politiche e alla fondazione di un modello di democrazia che, per il fatto di associare partiti conservatori e partiti operai, qualcuno ha definito «cogestiona le» e altri «consociativa». Ne parlano i nostri economisti, la mentando le «perversioni» del sistema economico, la progressi va rinuncia ai meccanismi di mercato, la degenerazione dell ’ economia capitalistica in capitalismo «assistito», in una economia che sopravvive solo in forza della dilagante espansio ne della «mano pubblica», solo in virtù dei salvataggi, del so stegno pubblico alla produzione, dei contributi statali, dei mu tui a tasso agevolato; in breve, solo grazie alla crescente trasla zione dei costi delle imprese a carico dell ’ intera collettività (o, meglio, poiché il gettito fiscale proviene, in misura prevalente, dai redditi di lavoro, a carico delle classi lavoratrici). Queste reiterate denunce del «caso italiano» lasciano, per molti aspetti, motivi di insoddisfazione, suscitano interrogativi cui non si dà risposta. Non ci si domanda, anzitutto, se esista un nesso fra i due fenomeni denunciati, fra le trasformazioni del sistema politico e quelle del sistema economico. E poi: la questione va posta, come la si vuole porre, in termini solo sin cronici, di raffronto fra diversi «modelli» nazionali, o non va posta anche, e preliminarmente, in termini diacronici? Voglio dire che il «particolare» della realtà italiana non sta in una sua asserita «separazione» da altre realtà del mondo occidentale: è, piuttosto, solo la più avanzata fase di un processo storico che tocca, in progressione geograficamente disuguale, l ’ intero mondo occidentale. Il «particolare» italiano è solo relativamen te un «particolare»: è tale perché in Italia si sono date, prima che altrove, le condizioni che rendono più evidente la trasfor mazione della società capitalistica, il suo distacco dal quel mo dello «occidentale» al quale, come da più parti si protesta, ci si vorrebbe uniformare 21 . È un fatto, intanto, che i segni della trasformazione sono presenti ovunque. Ora sappiamo che, in termini di valore ag
lio «caso» fino a quan do «italiano»?
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giunto, l ’ economia di Stato è più sviluppata in Gran Bretagna e in Francia che non in Italia, e il che è tutto dire. Né ha mancato di sorprenderci che proprio la Francia di Raymond Barre batta, ancor oggi, la strada delle nazionalizzazioni. Ma altre notizie provengono dagli Stati Uniti: apprendiamo che, da qualche tempo, il capitale industriale sta rapidamente cambiando di mano, che il numero complessivo degli azionisti decresce con la progressione annua di un milione di unità e che il capitale indu striale tende a concentrarsi nelle mani delle istituzioni, come i fondi di previdenza 21 2 . E allora chiaro che l ’ espansione incal zante della mano pubblica e la correlativa «ritirata» del capitale privato non sono fenomeni solo italiani. Neppure il tanto con clamato declino del mercato azionario è solo una vicenda di ca sa nostra, legata a particolari contingenze nazionali (come la nominatività delle azioni, le disfunzioni della borsa, l ’ ineffi cienza della Consob e via dicendo) e correggibile con accorte politiche di rilancio del mercato. È lampante che un modello di impresa capitalistica, basato sul finanziamento azionario di massa (la cosiddetta socializzazione del capitale) e sul controllo diffuso delle scelte imprenditoriali (il cosiddetto giudizio di mercato), volge universalmente al tramonto, ad onta dei suoi non domi apologeti 23 . Lo storico Carlo Maria Cipolla ama ripetere che l ’ Italia è, da sempre, il paese nel quale i segni del cambiamento si manife stano, nel bene o nel male, prima che altrove. Non voglio esse re così italocentrico; e tuttavia, a chi si esprime in termini di «caso italiano», mi sembra lecito obiettare che le differenze so no più di quantità che di qualità, e ribadire che è la collocazio ne del nostro paese nella «catena» del capitalismo a sollevare, da noi, problemi le cui radici sono latenti anche in altri paesi, europei e occidentali; a prospettare soluzioni che altri paesi hanno solo provvisoriamente rinviato. La nostra Confindustria protesta che le imprese preferireb bero rinunciare all ’ ausilio pubblico pur di tornare a una libera valutazione della «economicità» della gestione. Sono persuaso che questo «ritorno» sia il sogno dei nostri imprenditori. Ma è il sogno di un paradiso perduto, di una età dell ’ oro, di un eden mai esistito. L ’ imprenditore sogna il liberalismo, ma pratica il capitalismo assistito; aspira alla economicità della gestione, ma poi sollecita i contributi statali e i mutui a tasso agevolato. Né saprei dargli torto, perché fra il sogno e la realtà si interpone, per sua sfortuna, qualcosa che sta al di là della sua volontà e dei suoi propositi. E quel qualcosa è la tendenziale caduta del saggio di profitto, alla quale consegue, soprattutto per le gran di imprese, la crescente difficoltà dell ’ autofinanziamento, la ri
21 Due significativi documenti di questa aspirazione sono, dal punto di vista econo mico, gli atti del convegno confindustriale su Impresa e mercato. I vincoli adoperare in Italia, in Rivista di politica economica, 1978, fase. 3°; e, dal punto di vista polito- logico, il quaderno di Mondoperaio Quale riforma dello Stato, cit. 22 Traggo la notizia da Carli, in Rivista di politica economica, 1978, p. 536: «il solo paese nel quale il cash flou delle imprese consente il finanziamento degli investimen ti in impianti sono gli Stati Uniti. Ma anche colà gli individui rifiutano le azioni. Gli azionisti-individui proprietari di azioni era no 30 milioni nel 1970, e solo 25 milioni nel 1975. Ogni anno un milione di indivi
dui ha ceduto le azioni possedute; le ha ce dute alle istituzioni. Questa situazione pro duce come conseguenza che in tutti i paesi si discuta del problema della dislocazione di responsabilità nascente da siffatti modi di finanziamento». 23 Come Sutton e altri, op. cit., p. 67, per i quali «la società di grandi dimensioni ri vendica il fatto che il suo capitale appartie ne a migliaia di persone comuni; i suoi azionisti sono lavoratori, agricoltori, mas saie, vedove, contadini in pensione in tutto il paese. Essi vivono non solo nelle grandi città ma in fattorie, villaggi, piccole cittadi ne. La proprietà è un “ campione rappre sentativo dell ’ America ” ».
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duzione dell ’ area coperta dal capitale di rischio, l ’ accentuarsi del ricorso al finanziamento pubblico 24 . Qui risiede la ragione profonda di ciò che si definisce come capitalismo assistito o, se condo un ’ altra espressione, come «parassitismo dell ’ impresa»; è con quella dura legge che l ’ imprenditore deve fare i conti, non solo da oggi, né solo in Italia: se vuole mantenere margini di profitto, egli deve «socializzare», e socializzare in misura cre scente, i costi dell ’ impresa. Non mi stanco di ripetere che l ’ utile emergente dai bilanci delle nostre imprese private, s ’ intende quando c ’ è un utile emer gente, è tale solo in virtù di una convenzione ragionieristica: perché al passivo dei bilanci sono menzionati solo i costi diret tamente affrontati dall ’ impresa, mentre si tace di quegli altri costi che pure sono stati determinati per realizzare l ’ utile e che, tuttavia, figurano in altri bilanci, nel bilancio dello Stato, in quelli delle regioni e degli enti locali, in quelli chiusi in deficit dalle imprese pubbliche. Sono queste convenzioni della ragio neria che permettono a qualcuno di negare, come nega Ron- chey dalle colonne del Corriere della Sera, la validità della legge di caduta del saggio di profitto: se un bilancio reale, includente tutti i costi della produzione, venisse compilato, scomparirebbe ogni traccia di utile per molte delle nostre imprese private, e per altre aumenterebbe a dismisura il disvanzo. La caduta del sag gio di profitto troverebbe la sua palmare dimostrazione. Altrove, negli anelli più forti del capitalismo, i limiti all ’ ac cumulazione vengono superati in forme che perpetuano l ’ illu sione — ma solo l ’ illusione — di un certo liberismo: se là è as sente, o è presente solo in parte, il capitalismo assistito, ciò si spiega per la semplice ragione che esso non è ancora necessario, o che è già necessario solo in parte (penso alle sovvenzioni sta tali all ’ agricoltura e alle commesse pubbliche all ’ industria belli ca o all ’ industria spaziale negli Stati Uniti). I costi delle imprese possono essere esportati, trasferiti sugli anelli più deboli del ca pitalismo: non li sopporta che in piccola parte la collettività na zionale, questo è vero; ma li sopportano — questo è altrettanto vero — altre collettività, li sopporta il resto del mondo capitali stico. Là è l ’ imperialismo che può ancora dare parvenza di real tà al sogno liberista della borghesia (e l ’ imperialismo ha anch ’ esso i suoi costi e la traslazione su scala mondiale degli stessi). Ma fino a quando? A questa domanda debbono dare ri sposta gli odierni neoliberisti; e la risposta diventa tanto più ur gente quanto più l ’ area di manovra internazionale del capitali smo si restringe. Il «caso italiano» resterà a lungo un caso solo italiano? Anche in America il liberismo è, del resto, più illusione che realtà: sono anni che Galbraith avverte che le politiche econo miche del governo federale hanno «sospeso il mercato» 25 ; e proprio con l ’ occhio rivolto alla realtà americana Miliband ha constatato che «oggi gli uomini vivono sotto l ’ ombra dello Sta to come mai in passato» 26 . Il neoliberismo ora teorizzato da Friedman, la deregulation annunciata da Carter interpretano,
24 Sul punto insistono gli osservatori mar xisti e, in tempi recenti, Colajanni, Ricon versione, grande impresa, partecipazioni statali, Milano, 1976, p. 57 ss., che riporta anche dati storici; Carandini, La «terza via» e i processi capitalistici di socializza zione, in Democrazia e diritto, 1978, p. 527 ss. Ma le parole usate nel testo sono
prese, quasi alla lettera, da un giurista non marxista: Minervini, // «sistema» italiano di finanziamento delle imprese, in Giuri sprudenza commerciale, 1976, I, p. 762. 25 Galbraith, op. cit., p. 29; come oggi i fortunati saggi di O ’ Connor, La crisi fiscale dello Stato, trad. it., Torino, 1977; e di Offe, Lo Stato nel capitalismo maturo,
trad. it., Milano, 1977. 26 Miliband, Lo Stato nella società capita listica, trad. it., Bari, 1974, p. 3.
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in contraddizione con la realtà, gli umori di una borghesia che vuole tornare ad autogovernarsi, che aspira ad emanciparsi dal potere politico, che si studia — ma altro discorso è che poi ci riesca — di fare a meno dello Stato, di avventurarsi oltre la sua «ombra». Bisogna rileggere Burnham e il secondo Schumpeter (an che se i neoliberisti preferiscono riproporre il primo) per com prendere le ragioni profonde dell ’ odierno neoliberismo ameri cano. Nessuno prese sul serio Burnham quando profetizzò che la crescente dilatazione delle funzioni economiche dello Stato avrebbe «intaccato il perno del sistema di leve capitalistico» e «minato alle basi la posizione dei capitalisti come classe domi nante» 27 ; né Schumpeter quando parlò della borghesia come di classe progressivamente «espropriata» e «destinata a perdere la sua funzione» 28 . La «tecnostruttura» che oggi descrive Gal- braith tende realmente a tagliare il cordone ombellicale che la lega alla classe proprietaria; c ’ è, per questa, il rischio reale di essere detronizzata, di vedersi sfuggire di mano il controllo dei propri commis. Crisi «irreversibile» del capitalismo, come pen savano Burnham e Schumpeter, e come, molto prima di loro, aveva pensato Marx 29 ? Oppure semplice ricambio all ’ interno della classe proprietaria, come rintengono Baran e Sweezy 30 ? È una scommessa sul proprio avvenire che le classi proprietarie americane non sembrano disposte a giocare: vogliono riappro priarsi — questo è il senso riposto del neoliberismo — del «si stema di leve capitalistico»; ristabilire la propria «posizione di classe dominante»; vogliono spezzare il circolo vizioso del qua le si sentono prigioniere: tra la necessità economica, che le in duce a sollecitare un sempre più penetrante intervento dello Stato, e la drastica riduzione di potere che da questo intervento deriva loro. 5. Non è da oggi — è, quanto meno, dalla «grande de pressione» di un secolo fa — che le repliche della storia deludo no la fiducia borghese nella «oggettività economica», nella au tonomia dell ’ economico dal politico 31 . La fiducia, dobbiamo però precisare, di una parte solo della borghesia: proprio alla luce dell ’ esperienza recente dobbiamo rimeditare la storia del pensiero economico e tornare ai «grandi borghesi» che hanno preparato l ’ avventura del capitalismo. Abbiamo oggi fondato motivo di ritenere che i fatti hanno, alla resa dei conti, dato ra gione a Colbert e torto a Turgot. Basta leggere i libri dello sto rico Boissonade per rendersi conto delle straordinarie analogie delle politiche economiche colbertiane con le politiche econo miche odierne. E del resto anche l ’ accumulazione originaria,
Il liberismo impossibile del padronato italiano
te esaminato altrove {Le istituzioni dell ’ economia di transizione, Roma, 1978, p. 110 ss., e in Critica marxista, 1977, 3, p. 43 ss.), fanno giustizia dell ’ antimarxi- smo volgare alla Galbraith, che a Marx at tribuisce l ’ «ottocentesca» opinione, supera ta dalla storia di questo secolo, che «il po tere compete naturalmente e inevitabilmen te alla proprietà del capitale» (op. czt, p. 44 s.). 30 Baran e Sweexy, op. cit., p. 31 ss. 31 È la lezione di Dobb, Problemi di storia del capitalismo, trad. it., Roma, 1971, p. 236 ss.
27 Burnham, La rivoluzione dei tecnici, trad. it., Milano, 1947, p. 131 ss. 28 Schumpeter, Capitalismo, socialismo, democrazia, trad. it., Milano, 1955, p. 126 ss. 29 Che già al suo tempo aveva potuto os servare le prime avvisaglie (all ’ interno della grande impresa) della «separazione fra pro prietà e funzione del capitale»: le aveva de finite come «nuova forma entro le barriere capitalistiche»; ma non una novità senza si gnificato, insuscettibile di sviluppo ulterio re: in quella separazione aveva scorto, tut to all ’ opposto, «un momento necessario di transizione per la trasformazione del capi tale in proprietà dei produttori». E queste pagine del Capitale, che ho più diffusamen
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quella della borghesia comunale, fu resa possibile da politiche economiche che «inventavano», fra l ’ altro, i contributi pubblici e i mutui a tasso agevolato 32 . Alla base del mercantilismo c ’ era stata la convinzione che il profitto fosse determinato da politiche statali di favore. Sul mercantilismo il liberismo trionfò per l ’ opposto convincimento che il profitto dipendesse dalla quantità di capitale investito in lavoro salariato. L ’ odierno neomercantilismo — ché il capitali smo assistito altro non è se non neomercantilismo — raggiunge le punte più avanzate in quei paesi che non hanno, come il no stro paese, o che hanno perduto, come la Gran Bretagna o la Francia, la forza di superare con l ’ imperialismo gli interni limiti alla accumulazione del capitale e che subiscono, anzi, l ’ ulterio re limite imposto dall ’ intervento del capitale straniero. Qui la classe capitalistica deve, per mantenere i livelli di profitto, in tensificare lo sfruttamento del lavoro o, quanto meno, contene re la spinta salariale; ma è costretta, su questo terreno, a misu rarsi con la forza crescente delle classi lavoratrici, con la pres sione incalzante delle organizzazioni sindacali. Deve cimentarsi con un problema che ai protomercantilisti era risparmiato, de ve fronteggiare la progressiva emancipazione, politica oltre che contrattuale, delle classi lavoratrici. È costretta, allora, ad escogitare nuove tecniche di estrazione del plusvalore, diverse da quelle tradizionali e miranti a neutralizzare gli aumenti sala riali, a verificare le conquiste economiche dei lavoratori. Essa invoca, allora, l ’ azione dello Stato: l ’ inasprimento del prelievo fiscale, il finanziamento pubblico alla produzione, la costitu zione di imponenti apparati di economia pubblica, che riduco no i costi della produzione e ristabiliscono i livelli di profitto. Si modificano così i modi dello sfruttamento: l ’ espropriazione dei produttori è solo in parte attuata dai capitalisti singoli, all ’ atto in cui si appropriano del valore dei beni prodotti; l ’ espropria zione è attuata anche su quella parte del valore che il capitalista singolo corrisponde ai lavoratori in forma di salario, ed è at tuata, in questa seconda fase, dallo Stato. Siamo in presenza di una mutata tecnica di estrazione del plusvalore: il capitalista singolo ne trattiene per sé solo una prima quota; una seconda, considerevole, quota è prelevata, coattivamente, dal «capitali sta collettivo», che la volge poi a vantaggio generale della classe capitalistica o a profitto di singoli suoi componenti. A questi ri torna nelle forme, dirette, dei contributi statali, delle sovven zioni, dei mutui agevolati alle imprese private; vi ritorna nelle forme delle indirette «utilità» offerte dagli apparati di econo mia pubblica 33 . C ’ è un preciso rapporto fra questo «modello» economico e
32 Ricordo Boissonade, Colbert. Le triom- phe de l ’ étatisme, Paris, 1932; id. , Le so- cialisme d ’ Etat, Paris, 1927; e cfr. Cipolla, Storia economica dell ’ Europa preindustria le, Bologna, 1974, pp. 79 s., 132 s., 148. 33 Riassumo, con ciò, quanto per la prima volta ho scritto ne Le istituzioni dell ’ econo mia capitalistica, Bologna, 1974, p. 33 ss.; e poi, replicando a Guastini e ad altri, in Sociologia del diritto, 1975, p. 405; infine, riepilogando i termini della questione, ne Le istituzioni dell ’ economia di transizione, cit. , p. 9 ss. Constato ora che anche Negri, La forma Stato, Milano, 1977, p. 242, mi concede che «la spesa pubblica viene cor rettamente considerata come plusvalore so ciale estorto dal capitalista collettivo», e
rimprovera Guastini di avermi, «in manie ra troppo spiccia e tradizionale», contesta to un tale assunto. Ma contesto altresì che lo stesso Guastini dichiara ora di avere mu tato avviso: «desidero (...) fare un ’ auto critica: (...) ho negato senza seri argomenti che il prelievo fiscale possa considerarsi estrazione di plusvalore: ero in preda, evi dentemente, ad un pericoloso attacco di ortodossia» {Sulla borghesia di Stato, in Critica del diritto, 1977, pp. 33 e 38 nota 9). Ma a rimproverarlo, questa volta, B. D(enti), in postilla al suo scritto (tw, p. 36).
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il «modello» politico: il plusvalore estratto dal «capitalista col lettivo» presenta, rispetto al plusvalore estratto dai capitalisti singoli, questa rilevante differenza, rilevante all ’ interno della stessa ideologia borghese: il primo non è, come il secondo, «ca pitale privato», del quale i singoli capitalisti, che se ne sono ap propriati, possano disporre a proprio piacimento; è, invece, «capitale pubblico», è ricchezza che la stessa ideologia borghe se concepisce come ricchezza collettiva, comune a tutti i cittadi ni; è capitale la cui destinazione deve, per lo stesso diritto bor ghese, essere decisa democraticamente, secondo le regole della sovranità popolare. Il plusvalore prelevato dal «capitalista col lettivo» ha, diversamente da quello prelevato dai capitalisti sin goli, un corrispettivo politico. L ’ espropriazione economica del lavoratore è trasformata in pretesa politica del cittadino: il la voratore riacquista, come cittadino, quel diritto che gli viene negato come produttore; un diritto che, come cittadino, gli po trà essere contrastato di fatto, ma non contestato in principio: il diritto di concorrere, secondo le regole della democrazia rap presentativa, nel governo della ricchezza prodotta 34 . Comprendiamo fino in fondo, allora, le specifiche ragioni — le ragioni in più rispetto agli anelli forti del capitalismo — che muovono, nel nostro paese, la crociata neoliberista; e com prendiamo la sua mancata componente politica, che si esprime nella nota denuncia confindustriale dell ’ «eccesso di elementi di socialismo» nel nostro sistema politico e sociale. E una crociata vasta e dispiegata: si predica la centralità dell ’ impresa, si pro fessa un antistatalismo fino a ieri insospettabile; si fruga sem pre più nel fondo della cultura liberale: l ’ ultima riscoperta è il marchese d ’ Argenson; il presidente Carli ripete, con lui, che per «governare meglio» occorre «governare meno». E non è solo predicazione ideologica: dal neoliberismo in negativo, dalla ri chiesta, pur sempre rivolta allo Stato, di essere sciolti dai «lacci e lacciuoli», si tenta di passare al neoliberismo in positivo, alla progettazione di un governo alternativo al governo pubblico dell ’ economia. Viene comunicato che le quattro confederazioni imprenditoriali si apprestano a costituire una grande società fi nanziaria: si annuncia l ’ autogoverno privato del finanziamento alle imprese. Ma al di là delle manovre del vertice è possibile cogliere anche un certo «movimento» della base: in alcune zone del triangolo industriale gli imprenditori si consorziano, per aree territoriali o per settori produttivi; diffidano dell ’ interven to finanziario dello Stato o delle regioni, implicante il loro as soggettamento a pubblici controlli e a pubblici programmi; co stituiscono banche e banchette, si industriano di risolvere da sé il problema dell ’ assistenza finanziaria.
gi» (p. 247) — può articolarsi «in vari mo di: o abbassando la produttività dell ’ impre sa» (...), «o accentuando le disfunzioni del l ’ accumulazione sociale del capitale-Stato» (...), «o facendo le due cose insieme» (p. 246). Si resta, a questo modo, ancora lega ti alle visioni meccaniche della transizione: si continua a confidare che il socialismo, l ’ autogoverno delle masse nascono, d ’ in canto, dalla crisi dello Stato del capitale, spontanea o provocata che essa sia; onde basta, da parte dell ’ agente storico della transizione, assumere un «compito sovver sivo», preludio dell ’ odierna intransigenza padronale di fronte alle piattaforme sinda cali per i rinnovi contrattuali.
34 Su questo rapporto tra forma politica e modo di produzione debbo rinviare a Le istituzioni dell ’ economia di transizione, cit., p. 17 ss. L ’ autocritica di Guastini, ri cordata nella nota prec., non si estende fi no a questa conseguenza, come logica vor rebbe: chi l ’ accetta, anzi, diventa «parte or ganica della classe dominante», e «organiz za il consenso, non la lotta, al sistema capi talistico» (op. cit., p. 35 ss.). Analogo dis senso in Negri, op. loc. citt., fra lusin ga (sono posizioni riformiste «più intelli genti e quindi più pericolose») e invettiva («miserabile opportunismo della conclusio ne»). Per questo autore la conseguenza strategica per il movimento operaio — nel suo linguaggio, «il compito sovversivo og
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