Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
che il rinnovamento sociale deve assumere una forma organica, deve culminare nella costruzione di uno Stato» denuncia l ’ incapaci tà degli organizzatori socialisti — per lo più riformisti — di com prendere che «un ’ azione come quella intrapresa dalle Leghe nella pianura padana non poteva trovare altra giustificazione che nella conquista dello Stato. Ma gli organizzatori socialisti, a chi parlava di questa necessità, rispondevano che la lega esercitava già tutto il potere possibile». Così «la lega (...) non aveva saputo diventare So viet» 35 — «la Lega, in cui era l’ embrione di un soviet di campagna, non riuscì mai a diventarlo» si legge nel rapporto sul fascismo al IV congresso dell ’ IC della fine del ’ 22 36 — abbagliati come erano i diri genti dalla «scomparsa puramente fittizia» dello Stato, illusione otti ca derivante da un potere che era sì regolazione del rapporto di la voro «ma in modo estraneo a tutto il rimanente complesso delle re lazioni sociali esistenti» 37 . È quest ’ incapacità di visione «organica» che anche in Ceto medio ed Emilia rossa sarà indicata come il limi te storico del riformismo padano. 7. Ha scritto Vittorio Foa: «Sembra più corretto vedere nel sin dacalismo rivoluzionario e nei suoi stessi gravi limiti, un fenomeno ricorrente, alternativo al ricorrente riformismo, una espressione dei tentativi operai di unificare quello che il capitale divide e di restituire alle lotte sociali una prospettiva rivoluzionaria» 38 . Le accentuazioni, il senso, l’ ottica del ragionamento sono sen za dubbio diverse da quelle della tradizione teorica comunista: le operazioni di appropriazione non sono solamente scorrette, ma ste rili. E tuttavia in quel «fenomeno ricorrente» di alternativa ad un altro ricorrente fenomeno non sta, al fondo, un giudizio che unifica la na tura, per così dire, di due contrapposte «varianti» del movimento so cialista italiano? L ’ analisi storica conferma questa profonda unità dell ’ essenza ultima delle due esperienze, già chiara in Gramsci e Togliatti. Ha scritto Renato Zangheri: «nonostante l ’ asserita supre mazia di una lotta enonomica, il contenuto economico della politica agraria socialista non è analizzato nè criticato. Al movimento i sin dacalisti non sapranno additare altra prospettiva che quella di una lontana società libertaria di produttori». E ancora: «l ’ opposizione di De Ambris a ‘ ‘ tutte le forme di compartecipazione" (....), conferma la sua incapacità di liberarsi delle impostazioni riformiste» 39 . Già nel 1910 Lenin aveva del resto intravvisto questa comune natura: «(...) l ’ anarco-sindacalismo e il riformismo (...) si aggrappa no a un lato del movimento operaio, elevano l ’ unilateralità a teoria, affermano che determinate tendenze e determinati aspetti di que sto movimento, caratteristici di un dato periodo e di date condizioni dell ’ attività della classe operaia, si escludono reciprocamente. E in vece, la vita reale, la storia reale comprendono in sè le diverse ten denze» 40 . 8. Se l’ elemento dominate dell'insufficienza storica, teorica e politica, del movimento socialista nel suo complesso è, per l’ analisi comunista, la sua incapacità di affrontare in termini sostanziali il problema dello Stato potrebbe apparire indifferente soffermarsi,
35 Togliatti, Opere, I, p. 243. 36 Ibidem, p. 432. 37 Ibidem, p. 243. 38 Foa, op. cit., p. 1801.
39 Zangheri, Introduzione a Lotte agrarie in Itlia. La federazione nazionale dei lavo ratori della terra 1901-1926, Milano 1960, pp. LXXVIII-LXXVIII e n. 219 p. LXXIX.
40 Lenin, Sul movimento operaio italiano,
Roma 1949, p. 22.
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