Problemi della transizione 1979

Livelli della realtà

pochi secondi ci sembra proprio esistere indipen dentemente dal nostro «io» soggettivo e dai nostri desideri. Gli scienziati, oltre ad essere realisti in genui nelle stazioni ferroviarie e nei supermercati, come ogni altro cittadino, sono anche realisti in genui talvolta nei loro laboratori. Assai più di fre quente, comunque, che il critico d ’ arte, il pittore, il romanziere e il compositore. Il fisico, per quanto conscio della componente astratta della nozione di campo elettromagnetico, lo pensa (e lo pensa giustamente) localizzato nello spazio e nel tempo, cioè lo pensa come «realmente» esistente. Il chi mico, per quanto conscio delle difficoltà inerenti allo studio delle strutture molecolari, pensa che la molecola del benzene sia effettivamente un esa gono. Lo stesso vale per il biologo e il concetto di specie (le tesi «discontinuiste» sull ’ evoluzione del le specie esposte a Firenze da Stephen Jay Gould di Harvard lo hanno confermato), per lo psicanali sta e il concetto di inconscio (vedi il contributo di André Green), per l ’ antropologo e. il concetto di struttura o schema (come abilmente e persuasi vamente sostenuto da Edmund Leach e, da un punto di vista più «razionlista», da Dan Sperber). Una componente di realismo «ingenuo» è dun que presente nelle scienze esatte e in scienze umane come la psicoanalisi, la linguistica (vedi i contributi di Jacques Mehler e di Thomas Bever), l’ antropologia. In queste scienze naturalmente il consenso è meno uniforme, ma certi contributi «eterodossi» dei fisici (Galor e Finkelstein) hanno mostrato che, al livello della speculazione sui fon damenti dei fondamenti, anche nelle considdette scienze esatte si può fare la pioggia come il bel tempo. Uno di noi (Toraldo) ha avanzato l ’ ipotesi che alla base del realismo «spontaneo» vi sia un pro cesso costitutivo detto «oggettivazione». Una teo ria qualunque tesa a render conto di come sia possibile fare scienza, di come sia possibile pro durre concetti scientifici e metterli alla prova do vrebbe, di necessità, partire dall ’ atto conoscitivo di oggettivazione. Esso non potrebbe a sua volta essere spiegato in termini di processi ancora più elementari, in quanto si tratterebbe di una attività primitiva, cioè logicamente (e cronologicamente) anteriore a tutte le altre attività del pensiero. La relazione dello psicolinguista Jacques Mehler, presentata e discussa al convegno di Firenze, portante sulla percezione degli oggetti nei neona ti, sembrerebbe ben confermare la priorità «cro nologica» dell ’ oggettuazione. Essere realisti «in genui» è dunque un vizio che si contrae nella tene rissima infanzia. 3. Il realismo scientifico Come emendarsi? Diventando dei «realisti criti ci» o, come anche si suole dire, dei «realisti scien tifici». Resi accorti dalla critica kantiana e dalle inoppugnabili argomentazioni sviluppate già negli anni quaranta da Hempel, Goodman, Feigl, Qui ne, Russell e Ayer (per citare solo alcuni) prendia mo atto che le teorie delle scienze empiriche so 115

qualitativo innato» quell ’ insieme di criteri non ap presi, pre-esistenti all ’ osservazione empirica, gra zie ai quali siamo in grado di scegliere rapidamen te la migliore ipotesi. Sempre Quine parla di un «fiuto innato» (innate flair) per le analogie e le simi litudini tra oggetti distinti o tra classi disgiunte di oggetti, sulla base delle quali possiamo «raggrup pare» in generi naturali le congerie delle cose visi bili e concepire come «predicati naturali» alcune salienti proprietà tra le infinite possibili. Ci sembra importante sottolineare queste posizioni di Good- man e Quine, in quanto si tratta di filosofi di netto orientamento relativista e nominalista, quindi po co inclini a parlare di una «realtà» oggettiva, indi pendente dai nostri modi di descriverla, organiz zarla, classificarla. Essi appartengono ad una scuola che ha intelligentemente cercato di salva re tutto il salvabile delle classiche dottrine empiri stiche. Anche loro, pur cercando di estrarre il massimo dai puri dati percettivi e da stimoli quasi bruti (ma tutto sta in quel «quasi»), hanno ritenuto di dover far ricorso a criteri di selezione a priori, cioè a scelte imposte sui dati e non dettate da questi. Coloro che si sentono meno prossimi al fi lone empirista e nutrono più spiccate simpatie kantiane o in genere per gli odierni sistemi detti «razionalisti» (alla Chomsky, Fodor) o «realisti criti ci» (come Mandelbaum e il Putnam di qualche an no fa), avranno meno remore da attribuire al sog getto conoscente una quantità di strumenti cono scitivi, percettivi e computazionali antecedenti ad ogni esperienza e, perché no, geneticamente in nati. 2. Il realismo ingenuo di partenza Durante il convegno internazionale intitolato «Livelli della realtà», tenutosi a Firenze nel Set tembre scorso e organizzato dagli autori di questo articolo insieme con S. Califano, E. Casari, M.L. Dalla Chiara, P. Rossi, e C. Luporini dell ’ Universi- tà di Firenze, grazie al patrocinio del Comune di Firenze e della Regione Toscana, queste diverse posizioni sono state presentate e discusse da Nel son Goodman, Hilary Putnam, Alfred J. Ayer e altri noti studiosi ai contributi dei quali accenneremo nel prosieguo di questo articolo. Ci importa per ora, in guisa di introduzione ge nerale, schematizzare alcune posizioni «classi che» sul problema del realismo, cioè su come lo zoccolo intermedio della realtà scientifica viene costruito. Per il «realista ingenuo» la realtà è «lì fuori», basta aprire gli occhi per vederla, registrar ne la struttura oggettiva. Si può poi cominciare con ordine e pazienza a catalogarla, «rispec chiando» nel modo più fedele possibile le sue li nee naturali (reali) di sfaldamento. Questo realista ingenuo è piuttosto un perso naggio caricaturale, spesso inventato a bella po sta da certi filosofi anti-positivisti e anti-scientifici per le loro posizioni filo-idealiste e relativiste. È in dubbio, però, che almeno a tempo parziale siamo tutti dei realisti ingenui. Il treno che ci affrettiamo a prendere e che sappiamo poter mancare per

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