Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
no strutturalmente sotto-determinate dall ’ osser vazione, anche se questa è accuratamente ese guita, intelligentemente vagliata e trovata in ac cordo con la teoria. Per un numero finito di punti passano infinte curve, tra di loro distinte e esprimenti altrettante leggi distinte e incompatibili. Ovviamente la mag gior parte di queste «curve» sono sgorbi informi o ghirigori complicatissimi. Lo scienziato comincia quasi sempre con il prendere in considerazione la curva più semplice e regolare, cioè l ’ ipotesi più elegante e diretta. Esiste un criterio, sovente im plicito o «spontaneo» di «plausibilità a priori» (se condo l ’ espressione di Hilary Putnam). I punti, cioè le osservazioni sperimentali, sono ben «reali», non sono invenzioni, né frutto di frode o di colpevole sciatteria. È legittimo dire che si «scopre» una legge scientifica? L ’ infinità di leggi alternative e tutte compatibili con i dati (anche se, per lo più, bizzar re e inutilmente involute) parrrebbe suggerire che la legge è piuttosto «inventata» che scoperta. Il termine «scoperta» fa pensare al filone d ’ oro, al giacimento di petrolio rivelato, localizzato e subito riconosciuto. Il termine invenzione fa invece pen sare al telegrafo, al grammofono o a una formula originale di vacanze. I dizionari precisano diligen temente che si scopre «qualcosa che già esisteva prima del ritrovamento», mentre si inventa «qual cosa di nuovo, grazie all ’ intuizione, la creatività, l ’ ingegno». Una legge scientifica, allora, viene sco perta o inventata? Se siamo realisti ingenui e cre diamo al «rispecchiamento», non vi sono dubbi, la legge viene scoperta, né più né meno che il filone d ’ oro o il giacimento di idrocarburi. Se siamo, in vece, idealisti «ingenui» la legge scientifica altro non è che una delle mille «produzioni» dello spiri to, come vera se coerente e rigorosamente pen sata. Se siamo degli idealisti più «sofisticati» (po niamo alla Feyerabend o alla Foucault) diremo che l ’ invenzione non si limita alla sola legge scien tifica, ma ad un complesso di credenze, di prassi, di regole di azione e di prevaricazioni politico-so ciali, costituenti un blocco coerente, all ’ interno del quale la legge viene inventata e all ’ interno del quale essa è necessariamente vera, in quanto ve rità e realtà sono il portato dell'invenzione colletti va e massiccia di cui sopra. Tutto ciò che contrad dice la legge in questione viene messo a tacere, deformato, censurato o ignorato, magari in perfet ta «buona fede». Noi non condividiamo nessuno di questi assunti e vorremmo sostenere che il dilemma invenzione scoperta è uno pseudo-problema. Il rapporto tra «realtà» e teorie scientifiche non è né di pura in venzione, né di passiva scoperta. Si potrebbe dire che è un po ’ tutte e due, ma si direbbe una banali tà. Se si vuole, lo scienziato si pone, nei confronti dell ’ angolo di «natura» che ha scelto di studiare e di spiegare, come un direttore di giornale serio e responsabile si pone nei confronti del mondo che lo circonda e delle «notizie» che da esso gli pro vengono. La metafora più adeguata è quella di una «redazione» (editing) della natura, non quella
di un «riflesso» o «rispecchiamento», né quella di un ’ invenzione. Le notizie possono essere esatte o inesatte, di capitale importanza o insignificanti, di fonte autorevole o di terza mano. Questo conta e questo un direttore serio e responsabile deve va gliare e far sapere ai suoi lettori. Inoltre, tra tutte le notizie che gli pervongono, egli seleziona le più interessanti (a suo giudizio o a giudizio della reda zione, ma niente vieta che un giudizio possa esse re allo stesso tempo soggettivo e scrupolosamen te fondato). Può decidere di «accostare» tra loro le notizie, di metterne prudentemente in evidenza certi nessi, certe interdipendenze, può decidere di saperne di più, di inviare un corrispondente fi dato, di dare insieme due versioni contrastanti ri fiutando di pronunciarsi. Selezionare, organizza re, sottolineare e articolare tra loro le notizie, commentarle e vagliarne l’ attendibilità non signifi ca «inventarsele». Non significa nemmeno fare un giornale incollando semplicemente degli spezzoni di agenzia di stampa, alla rinfusa. Come ha scritto uno di noi (Toraldo), a proposito dell ’ interrogazio ne della natura: «Chiedere a un interlocutore di ri spondere a una nostra domanda e di parlare la nostra lingua, anziché una lingua sconosciuta, non equivale affatto a credere che l’ interlocutore non esista e che la risposta ce la facciamo noi». Questi sono, nella loro più semplice formulazio ne possibile, gli assunti dai quali partiamo e che, sia ben chiaro, costituiscono l’ enunciazione di un problema, non l’ annuncio di una soluzione. L ’ idea di organizzare il convegno internaziona le e interdisciplinare su «Livelli della realtà» nac que dal bisogno di vederci più chiaro su queste difficili questioni, di evidente importanza per una varietà di settori. Il comitato organizzatore condi vise la decisione di invitare alcuni studiosi con i quali, malgrado la disparità di disciplina e di retro terra culturale, ci si potesse intendere su questi assunti elementarissimi e con il concorso dei qua li si potesse «esporre» il tessuto delle rispettive «realtà», esplicitamente tematizzate o implicita mente veicolate nelle loro pratiche e nelle princi pali teorie che le fondano. Il successo del conve gno è apparso notevole, non solo a noi, che sa remmo giudici parziali, ma.a tutti gli intervenuti, al pubblico e alla stampa. Senza fare un resoconto puntuale (gli atti saranno pubblicati dalla Feltrinel li nel prossimo inverno) ci limiteremo qui a espor re alcune personali considerazioni e conclusioni che la ricchissima messe del convegno ci ha sug gerito. 4. Quale «corrispondenza» tra teo rie e realtà? Per quanto ardua, per quanto soggetta a mille distinguo e a mille precisazioni, la nozione di «cor rispondenza» tra teorie e realtà ci sembra inelimi nabile dalle scienze empiriche. Del resto essa è ineliminabile dal discorso quotidiano. Una teoria, un ’ ipotesi, una spiegazione devono, in qualche modo, «corrispondere» a qualcosa di esterno. Eli
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