Problemi della transizione 1979

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

esempio, non «corrispondono» alla natura nello stesso modo in cui le «corrispondono» le moderne teorie sintetiche dell ’ evoluzione. Libero ciascuno di optare per l’ una o per l ’ altra, o di prendere en trambe come «conoscenze» altrettanto valide a «livelli» distinti (cosa che noi ammettiamo senza esitazione). Se però uno vuole fare biologia, allora deve necessariamente conformarsi ai criteri di corrispondenza da essa imposti. La possibilità di una «traduzione» non sottoin tende, né implica, che vi debba essere interfe renza, perplessità o confusione. La necessità rigi da all ’ interno di un livello non significa nemmeno che vi si debba restare prigionieri in quanto citta dini e in quanto uomini di cultura. Si può benissi mo apprezzare Goethe e la sua visione romantica dell ’ unità dei viventi e allo stesso tempo, in altro contesto e con altri criteri di verifica, apprezzare Darwin, Mendel e la teoria sintetica dell ’ evoluzio ne. Chi volesse però mescolare gli uni con gli altri o progettare l’ equilibrio di un ecosistema agricolo (non un fantastico giardino) basandosi su Goethe, incapperebbe nelle più gravi delusioni. La natura non «corrisponderebbe» alle sue aspettative. Le leggi interne di corrispondenza non perdonano (Lyssenko docet). Abbiamo fin qui espresso, per riprendere l ’ espressione di Kant, degli imperativi ipotetici: se si vuole fare biologia, o fisica o linguistica, allora si pensi la realtà in tale e tale modo. Ma, appunto, come decidere se vogliamo fare scienza o se in vece vogliamo promuovere, per il benessere della società, altre attività umane? Quale dei vari livelli è il più «desiderabile»? Vogliamo giardini romanti ci o coltivazioni efficienti? Il logico matematico Bas Van Fraassen e lo scrittore Italo Calvino, durante il convegno di Fi renze, hanno scoperto più di un punto in comune. Lo stesso dicasi per il fisico Toraldo e lo psicolin guista Mehler, per lo psicoanalista Green e per David Premack, studioso dei processi mentali ne gli scimpanzé. Che tutti i livelli non abbiano un die dro in comune, magari in una sorta di iper-spazio culturale? Come concorrono tutti questi livelli, nel loro insieme e nel pieno rispetto delle loro specifi cità, a costruire la nostra cultura? Come definire questa nuova «unità del sapere»? Quale «figura» la simbolizza? È l’ affascinante interrogativo posto dal convegno di Firenze. Termineremo con alcune considerazioni «reali stiche» sul presente e sul da farsi per il futuro. (È ben noto che i veri pessimisti si dicono semplice- mente realisti, ma non è il nostro caso). Innanzi tutto la limitazione incalzante delle risorse di ogni genere impone all ’ umanità delle scelte. Lo spazio si restringe troppo per poter sperare sempre di avere sia il romantico giardino, ricreazione dello spirito, sia le coltivazioni efficienti, sostentamento del corpo (e quindi anche dello spirito, seppure in modo indiretto e meno creativo). L ’ eclettismo del le scuole medie e medio-superiori odierne distri buisce infarinature di scienza che sono più cari cature che vere propedeutiche. Le diverse facoltà universitarie sono invece dispensatrici di cono

scenze settoriali, tra le quali il dialogo critico e il confronto metodologico sono scoraggiati o sem plicemente ignorati. Si pensa da alcuni (da troppi) che una cultura veramente «generale» sia incom patibile con competenze seriamente «specialisti- che». Purtroppo certi esempi di «interdisciplinarie- tà» facilona e superficiale hanno finito per raffor zare questo pregiudizio. Ma è importante far pre sente che lo scambio, la difficile costruzione di una nuova «unità» del sapere non può avvenire at traverso voli d ’ uccello, vaste panoramiche nelle quali ogni cosa, osservata da molto lontano, si confonde con ogni altra. L ’ unità del sapere non può prodursi che sullo zoccolo intermedio, il più affidabile e il più sicuro. Lo si è visto anche al con vegno di Firenze, dove le convergenze più signifi cative si sono manifestate tra esperti di specifici settori, i quali parlavano un linguaggio specifico (anche se non strettamente tecnico) e cercavano di esporre le loro soluzioni a problemi specifici. È facile costruire «sistemi» unitari affossando le differenze e le diversità, o affermando che tutto è legato con tutto il resto. Facile, ma sterile. Ben più arduo, ma ben più fruttuoso è costruire passerelle locali, magari provvisorie, che connettono un cor po di conoscenze specifiche con un altro corpo di conoscenze specifiche. Appare ormai evidente che non esiste un «centro» attorno al quale si può sperare di far gravitare lo scibile. La cultura mo derna è policentrica, ma i suoi centri presumibil mente non sono infiniti. Si può sperare di indivi duarli, di studiarli, di caratterizzarli e anche, con precauzione e con indispensabile competenza, cercare di spostarli in modo da rendere più agibile la circolazione. Questa interdisciplinarità, meno appariscente, meno indulgente e forse meno «rassicurante» di quella perseguita da coloro che cercano sempre e ad ogni costo unità e armonia, richiede un note vole sforzo da parte di ogni singolo studioso. Il fisi co, parlando da fisico, cioè nel pieno della sua competenza e nella pertinenza del suo linguaggio (pertinenza, insistiamo, non equivale ad astrusità né a tecnicismo) e lo psicologo, parlando da psi cologo, possono incontrarsi e scoprire punti di contatto «reali», cioè appartenenti al livello inter medio, allo zoccolo. È un dato di fatto, una sco perta empirica se vogliamo, che simili punti di contatto esistono, scaturiscono del tutto natural mente dal corpo stesso delle conoscenze rispetti ve. La nuova unità del sapere assomiglia un po ’ a un arcipelago, con qualche irregolare traghetto tra isola e isola. Sembra che non vi sia altro modo per percorrere in sicurezza e con profitto il mare di ignoranza che circonda ogni scienza, ogni «li vello» della realtà. Pensare il contrario, sperare ancora nella «formula universale», nel grande si stema unificatore, nella filosofia che «spiega tut to», ci appare ormai come una nuova e insidiosa forma di magia. Bisogna oggi commisurarsi con il mondo con temporaneo quale esso è. Un mondo certamente complesso, ma sul quale sappiamo infinitamente più di quanto si sapesse appena sessanta o set

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