Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
d ’ ordine della deregulation, lanciata dall ’ amministrazione Car ter, alla quale si sono acriticamente adeguati i neo-liberisti europei 12 , esprime una linea programmatica di resa dello Stato di fronte ai monopoli, del tutto antitetica rispetto alla tradizio ne del New Deal. Se coglie la contraddizione fra democrazia e capitalismo, il pensiero liberal americano ne coglie, tuttavia, solo l ’ aspetto na zionale. È colpito dal potere politico interno delle grandi con centrazioni industriali, e non anche dal loro potere politico in ternazionale; può, nel confronto fra antico e nuovo assoluti smo, trarre motivo di conforto: per gli abitanti dei «nuovi feu di», a differenza che per gli antichi, il problema non sta nel fat to di condurre vita stentata, ma solo di condurre una vita deci sa da altri 13 . Hanno uguale motivo di conforto gli abitanti dei «feudi» esterni delle multinazionali americane? Ecco dove sta il limite del dibattito americano su democrazia e capitalismo: sta, volendo rovesciare una celebre formula, nel voler discutere del la democrazia in un solo paese, mentre l ’ altro termine del rap porto, ossia il capitalismo, è solo in parte, e in parte trascurabi le, riducibile a sistema economico di un solo paese. democrazia e capitalismo, non è nato neppure in Europa. Qui il dibattito sulla democrazia ha subito una diversa stimolazio ne: è stato influenzato, in Francia, dalla prospettiva di un pos sibile successo elettorale delle sinistre; ha tratto alimento, in Italia, dal voto del 20 giugno. Più che di democrazia e capitali smo, si è preferito discutere di democrazia e socialismo: «nuovi filosofi» sono nati, ma solo per illustrare ciò che, vent ’ anni or sono, l ’ America aveva appreso da MacCarthy, che il socialismo reale è il solo socialismo possibile ed è, per sua natura, dispoti co e liberticida. Pur tuttavia il dibattito su democrazia e sociali smo ha finito con il diventare, talvolta, anche un dibattito su democrazia e capitalismo: al giudizio storico sul socialismo reale, definito come «socialismo senza democrazia», si è ac compagnata la constatazione del limite storico della democra zia borghese, giudicata a sua volta come «democrazia dimidia- ta». Troviamo entrambi i giudizi nelle pagine di quel filosofo che è stato, da noi, il punto di riferimento costante del dibatti to: nell ’ esperienza dei paesi socialisti il trasferimento dei mezzi di produzione dai privati allo Stato ha dato corpo ad «una for ma di potere che scende dall ’ alto in basso», e che è perciò l ’ op posto della democrazia. Nella società capitalistica, d ’ altra par te, dove permane la proprietà privata dei mezzi di produzione, la democrazia appare «dimidiata», perché non arriva alle «grandi decisioni che riguardano lo sviluppo economico», per ché si scontra con i «limiti di fatto del potere strettamente poli tico in una società capitalistica, dove le grandi decisioni econo miche sono prese da un potere in parte privato e oggi in parte anche non nazionale». Ed il giudizio è formulato in termini tali da lasciare campo alla speranza: la democrazia resterà dimidia 3. Il nuovo Hobbes o il nuovo Locke, capace di conciliare
La democrazia non da il
socialismo?
12 E sullo «slogan dei “ lacci e lacciuoli ” , parallelo a quello del deregulation lanciato dall ’ amministrazione Carter negli Stati Uniti», v. Carli, in Rivista di politica indu striale, 1978, p. 274. 13 Ferry, op. cit., p. 115.
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