Problemi della transizione 1979

Nietzsche in Italia

no proprie di un ’ età di transizione nei suoi punti al ti, dove, cioè, sono massime le sue tensioni di tra sformazione. Ma tra i contributi che si sono avuti in Italia in quest ’ ultimo decennio, sottolineati spesso da di battiti e da polemiche, merita una menzione a par te il libro di Giorgio Colli, Dopo Nietzsche che rap presenta, a mio parere, una via interpretativa di grande significato. Le tesi di Colli riconfermano ancora una volta la necessità di un approccio che metta in opera procedure d ’ indagine maggior mente commisurate alla complessità strutturale e semantica della scrittura nietzscheana. In questa prospettiva la posizione di Colli, che rivendica nell ’ «inattualità» del filosofo dello Zarathustra la persistenza di una «visione soltanto teoretica del mondo», risulta del tutto opposta a quella di Cac- ciari il quale esclude, non si sa bene con quale fondamento, la sostanza inventiva e mitopeica della sperimentazione nietzscheana del valore della verità e della menzogna: un orizzonte, quin di, ancora teoretico, anche se articolato da «po tenze» diverse dalla Ratio classica. Il discorso di Colli, che stabilisce una corretta distanza da Nietzsche in quanto si pone «dopo», tematizzando appunto in forma di meditazione originale questo essere vicini e al tempo stesso lontani da Nietz sche, affonda fino alle radici del suo oggetto. Colli è troppo buon filologo per fondare sulla «differen za» come chiave ermeneutica opposta alla «dia lettica» il referente fondamentale dell ’ universo di segni nietzscheano. Il Nietzsche antidialettico e antihegeliano risco perto dagli studiosi francesi e in parte anche da quelli italiani in base al concetto di «différence» come «essence de l’ affirmatif en tant que tei», co me «élément pratique» opposto aH ’ «élément spé- culatif de la négation, de l’ opposition ou de la con- tradiction» 1 , viene invece approfondito da Colli in rapporto alle origini preplatoniche della «dialettica distruttiva». Colli ricupera il momento centrale di questa dialettica come dialettica dionisiaca: le pa gine sull ’ enigma, come «gioco in cui si annida una violenza», e sulla gara, come «violenza in cui si annida un gioco», dicono molto di più di qualsivo glia disquisizione sulla différence riguardo alla na tura antidialettica (nel senso logico-speculativo o anche marxista della dialettica) del filosofare nietzscheano. Colli è estraneo ai motivi esteriori di una moda inteilettule che spesso viene giocata sugli equivo ci di apparenti convergenze e la sua archeologia delle tecniche di pensiero e dei mitologemi o filo sofemi nietzscheani si appoggia sulla trivellazione in profondità dei complessi concettuali affioranti come splendidi relitti sull ’ «oceano Nietzsche». Ad

onta delle divergenze e della stessa differenza d ’ impostazione del discorso critico, ritengo che le riflessioni di Colli siano le più vicine a quello che per me costituisce il movimento problematico (tragico) di una filosofia — quella nietzscheana appunto — che si gioca tutta all ’ interno di una tensione sperimentale. Se è «l ’ ottica dell ’ estre mo» ad articolare questo movimento e quindi a ra- dicalizzare, mediante una vera e propria assimila zione sensibile, corporea (Einverleibung), il poten ziale distruttivo-autodistruttivo-rovesciante della contraddizione (l ’ «eterno ritorno» come il «supe ruomo» sono «prospettive» emergenti nella lotta con le altre e soltanto l’ «estremo» fonda il gioco delle prospettive), non credo sia possibile configu rare il pensiero della contraddizione al di fuori dell ’ archeologia teoretica (coma fa Colli) o dei modi critico-destrutturanti propri di una filosofia del «passaggio», cioè della fase di transizione del tardo capitalismo. È questa la tesi che ho cercato di sviluppare organicamente nel mio ultimo libro dedicato a Nietzsche: Lo scriba del caos. La logica occulta del dominio, nella quale s ’ in carna la «volontà di potenza», e la «trasmutazione di tutti i valori», per cui questa logica si discopre come genealogia del nichilismo, è ancora una ri tessitura del simbolico in cui si è liberato il «sen so», un senso dionisiaco e quindi tragico, poiché tragicamente prigioniero della sua trans-scrittura in un mondo-caos sottratto a qualsiasi ulteriorità che non sia quella della lotta delle prospettive e quindi di un ’ ottica dell ’ «apparenza». Tutto ciò non comporta in alcun modo la premessa di una modi ficazione reale dei rapporti di dominio storica mente determinati.

1 Deleuze, Nietzsche et la philosophie, Paris 1970, p. 216 e p. 10.

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