Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
nouvaux philosophes, che non c ’ è altro socialismo possibile al di fuori del socialismo autoritario? Stiamo attenti: il socialismo «non è venuto», nelle democrazie occidentali, per la semplice ragione che «nessuna democrazia, presa a sé, può dare il socia lismo». Che razza di analisi materialistica della storia sarebbe stata, altrimenti? Lenin dimostrava, in realtà, di saperla assai lunga in proposito: non è la democrazia che si tramuta, d ’ in canto, in socialismo; è lo «sviluppo del capitalismo» che crea, a sua volta, le premesse perché ciò possa accadere. Gli sviluppi in positivo, certo, come la socializzazione delle forze produttive, ma anche — e questa è la condizione storicamente rivelatasi co me necessaria — gli sviluppi in negativo, ossia le restrizioni cre scenti alla accumulazione del capitale, e la conseguente incapa cità del capitalismo di assicurare la prosperità generale. Se in America, per dirla con Galbraith, la parola socialismo non esercita alcuna particolare attrattiva 19 , ciò non si spiega per una ragione che attiene alla presunta inidoneità della democra zia — e quella americana è certo una antica e solida democrazia — di produrre il socialismo; si spiega, piuttosto, per le condi zioni di sviluppo del capitalismo americano, ancora capace di ricavare da vaste aree del mondo le quote di plusvalore che il mercato interno non può più fornire. Non è un caso che la contraddizione fra capitalismo e de mocrazia sia colta, in America, solo da intellettuali illuminati e non sia, come è da noi, una acuta contraddizione politica e so ciale. L ’ evidente ragione è nel fatto che quella contraddizione è solo in parte una contraddizione interna alla società americana ed è, in misura prevalente, una contraddizione che corre fra la società americana nel suo complesso ed il resto dell ’ occidente. Proprio il dibattito europeo sulla democrazia registra questa verità, presentandosi come l ’ immagine speculare del dibattito americano: spetta a noi constatare, come constata Bobbio, i «limiti di fatto del potere strettamente politico in una società capitalistica, dove le grandi decisioni economiche sono prese da un potere in parte privato e oggi in parte anche non naziona le». Là dove è evidente che solo in Europa, e in misura diversa nei diversi paesi, si può parlare di democrazia limitata da un potere «in parte non nazionale»: si dovrà dire «in tutto», anzi ché in parte, se il discorso si estende ai paesi del cosiddetto Ter zo mondo, e con una gradazione che dalla democrazia sempre più limitata arriva fino alla negazione di ogni parvenza di de mocrazia, ai regimi dispotici dell ’ America latina, dell ’ Asia o dell ’ Africa, sorretti o imposti dalle multinazionali americane. La democrazia in America, d ’ accordo, poggia su stabili equilibri, e «il socialismo non sembra imminente». La stessa al ternanza dei partiti al governo del paese appare priva di un se gno di classe, e agli occhi della maggioranza degli americani (che non vanno a votare) persino di un qualsiasi segno politico 20 . Ma questi stabili equilibri interni si reggono su equi libri esterni non altrettanto stabili. Gli sviluppi futuri della de mocrazia in America non dipenderanno, o non dipenderanno
19 Anche se poi si scrivono libri per dimo strare — così Sutton e altri, Il credo dell'imprenditore americano, trad. it., Mi lano, 1972, p. 67 - che il capitale della grande impresa «appartiene a migliaia di persone comuni», e che ciò costituisce «una promessa socialista di democrazia in dustriale».
20 Ciò su cui non si riflette, da noi, quando si qualifica «il modello dell ’ alternanza co me l ’ unico capace di governare i conflitti nelle società industriali avanzate» (così, fra i tanti, Coen, in Quale riforma dello Stato, Roma, 1978, p. X). Il conflitto che questo modello «governa» è davvero, e fino a qual punto, un conflitto interno alla società cui
viene applicato?
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