Problemi della transizione 1979

Democrazia in Occidente

direttamente, da vicende interne alla società americana; dipen deranno dalle vicende che maturano lontano dai suoi confini: dipenderanno dalle lotte di liberazione nel Terzo mondo, dove la deposizione dei despoti locali equivale, quasi sempre, ad una sconfitta delle multinazionali americane; ma dipenderanno an che, e in misura determinante, dall ’ azione della classe operaia entro gli «anelli intermedi» del capitalismo contemporaneo. Non alludo solo alle interne politiche antimonopolistiche, di affrancazione dalla sudditanza dal capitale internazionale, che essa saprà sviluppare nei singoli paesi o in aree plurinazionali, come nella Comunità economica europea; alludo altresì alle politiche di più vasto raggio, rivolte — come si legge nelle Tesi del XV Congresso del Partito comunista italiano — al supera mento degli squilibri fra le diverse aree geografiche e alla eman cipazione economica dei paesi sottosviluppati, tese alla instau razione di un ordine economico internazionale basato sulla uguaglianza dei diritti e la reciprocità degli interessi. 4. Si continua a parlare, nel nostro paese, di un «caso ita liano»; se ne parla come di una separazione della realtà nazio nale dal contesto europeo e, più in generale, occidentale. Ne di scorrono i nostri politologi, alludendo alle trasformazioni del sistema politico, sempre più lontano dagli archetipi dell ’ Occi- dente, fino alla formazione di una maggioranza parlamentare pari alla quasi totalità delle forze politiche e alla fondazione di un modello di democrazia che, per il fatto di associare partiti conservatori e partiti operai, qualcuno ha definito «cogestiona le» e altri «consociativa». Ne parlano i nostri economisti, la mentando le «perversioni» del sistema economico, la progressi va rinuncia ai meccanismi di mercato, la degenerazione dell ’ economia capitalistica in capitalismo «assistito», in una economia che sopravvive solo in forza della dilagante espansio ne della «mano pubblica», solo in virtù dei salvataggi, del so stegno pubblico alla produzione, dei contributi statali, dei mu tui a tasso agevolato; in breve, solo grazie alla crescente trasla zione dei costi delle imprese a carico dell ’ intera collettività (o, meglio, poiché il gettito fiscale proviene, in misura prevalente, dai redditi di lavoro, a carico delle classi lavoratrici). Queste reiterate denunce del «caso italiano» lasciano, per molti aspetti, motivi di insoddisfazione, suscitano interrogativi cui non si dà risposta. Non ci si domanda, anzitutto, se esista un nesso fra i due fenomeni denunciati, fra le trasformazioni del sistema politico e quelle del sistema economico. E poi: la questione va posta, come la si vuole porre, in termini solo sin cronici, di raffronto fra diversi «modelli» nazionali, o non va posta anche, e preliminarmente, in termini diacronici? Voglio dire che il «particolare» della realtà italiana non sta in una sua asserita «separazione» da altre realtà del mondo occidentale: è, piuttosto, solo la più avanzata fase di un processo storico che tocca, in progressione geograficamente disuguale, l ’ intero mondo occidentale. Il «particolare» italiano è solo relativamen te un «particolare»: è tale perché in Italia si sono date, prima che altrove, le condizioni che rendono più evidente la trasfor mazione della società capitalistica, il suo distacco dal quel mo dello «occidentale» al quale, come da più parti si protesta, ci si vorrebbe uniformare 21 . È un fatto, intanto, che i segni della trasformazione sono presenti ovunque. Ora sappiamo che, in termini di valore ag

lio «caso» fino a quan do «italiano»?

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