Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
Questo tipo di centro rappresenta la tendenza «sponta nea» della struttura urbana in cui stiamo vivendo e significa, di fatto, la fine della città come meccanismo di scambio sociale. Può essere considerato senz ’ altro come la punta estrema del funzionalismo urbano, poiché un centro urbano di questo tipo è semplicemente la piattaforma attorno la quale girano diversi processi. La relazione di scambio sociale viene ad essere com pletamente privatizzata e, in un certo senso, disintegrata. Infat ti, questa privatizzazione si traduce nei due grandi strumenti di tempo e di spazio, che sono completamente individualizzati e senza scambi: la televisione e l ’ automobile. Un ’ altra possibilità, che «è di moda» nella cultura urbani stica di élite europea ed americana, è il centro di tipo culturale, il centro legato appunto all ’ organizzazione di un consumo cul turale di élite. Questo, per esempio, è ciò che viene realizzato a Parigi, nei quartieri del Marais e delle Halles; che si sta cercan do di stimolare in alcune città americane; e che, in alcuni mo menti, si è tentato di fare spontaneamente a Barcellona attra verso la rivitalizzazione del quartiere gotico collegato alle Ram- blas. Un centro di questo tipo è l ’ espressione del nuovo spazio àc\V élite. Di fatto, ogni società si caratterizza perché la classe dominante si costruisce uno spazio. Attualmente, lo spazio tipo «autostrada» e «Centrai Business District» non è più lo spazio dell ’ é/Zte. Le élite della nostra società sono quelle che organiz zano il loro spazio in modo che la loro residenza, il loro lavoro e il loro riposo si realizzino nello stesso quartiere, in modo da potersi spostare a piedi: escono da questo spazio ridotto solo per spostarsi di continente o di paese e, naturalmente, in aereo. In fondo, questo è lo spazio dell ’ é/zte culturale, politica ed eco nomica francese, americana e inglese. Questo tipo di spazio esprime una profonda disuguaglianza sociale che potrebbe es sere definita come l ’ aristocraticismo urbano: si vuole il recupe ro della città, ma soltanto a favore dell ’ é/Ztó. Con un certo gra do di cinismo si può allora dire che questo centro potrebbe ri sultare attraente per lo meno ai dirigenti medi. Ma allo stesso tempo, lo sfruttamento di questo centro si rende impossibile nella pratica. Perché? Perché, nonostante tutto, non si può in stallare un reticolato elettrificato attorno a questo centro. Dato che la società in cui viviamo è una fonte permanente di frustra zione, questo centro si manterrà in buone condizioni come cen tro culturale ben rappresentato, bene organizzato, con i suoi simpatici ristoranti, i suoi centri culturali, ecc., soltanto per un breve lasso di tempo. Alla fine di questo breve periodo si tra sformerà in un miscuglio fra questa élite e l ’ espressione violen ta, brutale e aperta della marginalità sociale. La ragione di tale processo risiede nell ’ artificiosità di que sto tipo di centralità urbana. Non trovando alcun appoggio nel tessuto sociale di base di questa zona della città, costituisce piuttosto una scenografia creata in maniera volontaristica; tale scenografia viene ad essere invasa dalla massa fluttuante della nostra società, ovvero, dagli emarginati di ogni tipo. Questa è stata l ’ esperienza del quartiere Latino di Parigi, delle Ramblas di Barcellona, del Greenwich Village di New York, o di Geor- getown a Washington. E sta incominciando ad essere, anche se in modo confuso, l ’ esperienza di Malasana a Madrid. Il fatto che questo tipo di centro urbano, costruito come centro di é/z- te, venga appropriato dalla marginalità sociale, potrebbe esse re, in qualche modo, un fattore stimolante. Il problema, in
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