Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
giunto, l ’ economia di Stato è più sviluppata in Gran Bretagna e in Francia che non in Italia, e il che è tutto dire. Né ha mancato di sorprenderci che proprio la Francia di Raymond Barre batta, ancor oggi, la strada delle nazionalizzazioni. Ma altre notizie provengono dagli Stati Uniti: apprendiamo che, da qualche tempo, il capitale industriale sta rapidamente cambiando di mano, che il numero complessivo degli azionisti decresce con la progressione annua di un milione di unità e che il capitale indu striale tende a concentrarsi nelle mani delle istituzioni, come i fondi di previdenza 21 2 . E allora chiaro che l ’ espansione incal zante della mano pubblica e la correlativa «ritirata» del capitale privato non sono fenomeni solo italiani. Neppure il tanto con clamato declino del mercato azionario è solo una vicenda di ca sa nostra, legata a particolari contingenze nazionali (come la nominatività delle azioni, le disfunzioni della borsa, l ’ ineffi cienza della Consob e via dicendo) e correggibile con accorte politiche di rilancio del mercato. È lampante che un modello di impresa capitalistica, basato sul finanziamento azionario di massa (la cosiddetta socializzazione del capitale) e sul controllo diffuso delle scelte imprenditoriali (il cosiddetto giudizio di mercato), volge universalmente al tramonto, ad onta dei suoi non domi apologeti 23 . Lo storico Carlo Maria Cipolla ama ripetere che l ’ Italia è, da sempre, il paese nel quale i segni del cambiamento si manife stano, nel bene o nel male, prima che altrove. Non voglio esse re così italocentrico; e tuttavia, a chi si esprime in termini di «caso italiano», mi sembra lecito obiettare che le differenze so no più di quantità che di qualità, e ribadire che è la collocazio ne del nostro paese nella «catena» del capitalismo a sollevare, da noi, problemi le cui radici sono latenti anche in altri paesi, europei e occidentali; a prospettare soluzioni che altri paesi hanno solo provvisoriamente rinviato. La nostra Confindustria protesta che le imprese preferireb bero rinunciare all ’ ausilio pubblico pur di tornare a una libera valutazione della «economicità» della gestione. Sono persuaso che questo «ritorno» sia il sogno dei nostri imprenditori. Ma è il sogno di un paradiso perduto, di una età dell ’ oro, di un eden mai esistito. L ’ imprenditore sogna il liberalismo, ma pratica il capitalismo assistito; aspira alla economicità della gestione, ma poi sollecita i contributi statali e i mutui a tasso agevolato. Né saprei dargli torto, perché fra il sogno e la realtà si interpone, per sua sfortuna, qualcosa che sta al di là della sua volontà e dei suoi propositi. E quel qualcosa è la tendenziale caduta del saggio di profitto, alla quale consegue, soprattutto per le gran di imprese, la crescente difficoltà dell ’ autofinanziamento, la ri
21 Due significativi documenti di questa aspirazione sono, dal punto di vista econo mico, gli atti del convegno confindustriale su Impresa e mercato. I vincoli adoperare in Italia, in Rivista di politica economica, 1978, fase. 3°; e, dal punto di vista polito- logico, il quaderno di Mondoperaio Quale riforma dello Stato, cit. 22 Traggo la notizia da Carli, in Rivista di politica economica, 1978, p. 536: «il solo paese nel quale il cash flou delle imprese consente il finanziamento degli investimen ti in impianti sono gli Stati Uniti. Ma anche colà gli individui rifiutano le azioni. Gli azionisti-individui proprietari di azioni era no 30 milioni nel 1970, e solo 25 milioni nel 1975. Ogni anno un milione di indivi
dui ha ceduto le azioni possedute; le ha ce dute alle istituzioni. Questa situazione pro duce come conseguenza che in tutti i paesi si discuta del problema della dislocazione di responsabilità nascente da siffatti modi di finanziamento». 23 Come Sutton e altri, op. cit., p. 67, per i quali «la società di grandi dimensioni ri vendica il fatto che il suo capitale appartie ne a migliaia di persone comuni; i suoi azionisti sono lavoratori, agricoltori, mas saie, vedove, contadini in pensione in tutto il paese. Essi vivono non solo nelle grandi città ma in fattorie, villaggi, piccole cittadi ne. La proprietà è un “ campione rappre sentativo dell ’ America ” ».
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