Problemi della transizione 1979
Metodo scientifico e progetti di trasformazione
gono costantemente rimessi in discussione, eppure la*scienza cresce in qualche modo cumulativamente, le nuove teorie con tengono, riformulati, gli aspetti migliori di quelle precedenti. Si ripetono qui tutte queste cose non certo perché siano delle novità: al contrario, si tratta di dati ormai acquisiti anche dal senso comune. Ma proprio questa comune consapevolezza spiega perché, quando ci si trova di fronte al problema di deci dere quali siano i progetti migliori, non di carattere cognitivo, ma di intervento e di trasformazione sulle cose, in particolare sull ’ aspetto sociale, ci si rivolge alla scienza per scoprire attra verso quali meccanismi essa riesca a progredire, e a conservare le cose migliori del vecchio regime anche nella più radicale delle rivoluzioni. Come ha potuto la scienza prendere delle decisioni circa le strade da seguire in maniera tutto sommato così fortu nata, retrospettivamente? Sono considerazioni di questo genere che hanno reso la scienza un punto di riferimento costante per riformatori e rivoluzionari. (E relativamente recente infatti l ’ apparizione di rivoluzionari antiscientifici, ma è significativo che essi abbiano poco a che vedere con le tradizioni del movi mento operaio). Naturalmente, il problema di ideare dei meccanismi che consentano di scegliere e mettere in opera i progetti migliori di intervento politico (possono essere i meccanismi decisionali di un partito politico, o le forme di una democrazia, etc.) non si risolve col copiare semplicemente ciò che avviene all ’ interno delle istituzioni scientifiche: c ’ è sempre uno scarto tra l ’ ideale e la realtà. Anche se dalle migliori istituzioni scientifiche ci sareb be molto da imparare (anche in termini puramente organizzati vi), è chiaro che esse non incarnano che molto imperfettamente quella repubblica ideale. Anzi, si potrebbe riformulare lo stesso problema come quello di trovare le forme istituzionali migliori che consentano alla ricerca scientifica il ritmo migliore di svi luppo. La direzione in cui dobbiamo guardare non è la pratica della scienza: sono piuttosto i suoi aspetti più decisamente teo rici, il suo metodo. Ogni decisione significativa, nella storia della scienza, da Galileo a Newton, da Poincaré ad Einstein, è stato accompagnato da considerazioni metodologiche. Ma esiste un metodo? Esistono cioè prescrizioni più speci fiche della semplice massima: «Coopera con gli altri scienziati, e contribuisci alla impresa collettiva con l ’ avanzare critiche rile vanti alle proposte altrui e proposte migliori?». Si noti che già questa è una massima tutt ’ altro che vacua, ed è già sufficiente ad escludere come non scientifici molti comportamenti (esclude ad esempio che la critica ad una proposta scientifica possa con sistere nell ’ eliminazione di chi la propone: questo è certamente un metodo efficace per impedire che quella proposta possa raf forzarsi, ma non appartiene generalmente alla classe delle criti che rilevanti). Quello che vorremmo sono però principi diretti vi più specifici e informativi. La molteplicità delle epistemologie che si sono succedute anche solo nel corso di questo secolo — e l ’ obiettivo di ogni epistemologia è tradizionalmente quello di individuare il meto do — possono farci dubitare che esista un unico metodo. L ’ in- duttivismo, il convenzionalismo, il falsificazionismo, e poi le proposte più recenti che a quelli sono succedute sembrano con traddirsi le une con le altre ed escludersi a vicenda, tanto quan to si contraddicevano in senso stretto (come hanno osservato
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