Problemi della transizione 1979

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

prima Duhem e poi Popper) la teoria di Newton, la legge della caduta libera di Galileo e le leggi di Keplero, o l ’ ottica ondula toria e l ’ ottica geometrica, e così via. Ma è forse la prossimità alla scienza stessa di questo tipo di filosofia che ha prodotto su di essa un effetto interessante: l ’ esigenza tipicamente scientifica di formulare con chiarezza e precisione le proprie tesi, di forni di giustificazioni rilevanti, di sottoporle a una critica rilevante, è stata recepita da questi filosofi, e il risultato è stato che anche per le loro teorie (epistemologiche) è possibile parlare in qual che modo di una crescita e di un progresso. Guardando più da vicino, l ’ opposizione e l ’ esclusione reciproca si rivelano certo reali ma in qualche modo non impediscono che l ’ epistemologia nel suo complesso sia progredita, e i risultati migliori di ciascu na scuola si conservino, riformulati, in quelle successive, e la nostra conoscenza del metodo effettivamente impiegato nella prassi scientifica sia sostanzialmente accresciuta. Non è il caso di addentrarsi qui nei particolari, ma è abbastanza chiaro ad esempio che le principali intuizioni del convenzionalismo sono conservate nel criticismo popperiano; l ’ effetto della lunga con troversia Carnap/Popper, anche se è oggi quasi dimenticata, è stato quello di renderci molto più cauti nell ’ affermare una radi cale contrapposizione tra falsificazionismo deduttivista e indut- tivismo positivista; non è neppure il caso di ricordare poi di quanto siano debitrici le più recenti proposte di Lakatos, di Kuhn, etc. nei confronti di tutti i loro immediati predecessori (basti pensare ad es. all ’ ugual peso che conferma e falsificazio ne assumono nella metodologia dei programmi di ricerca). Più che un ’ irriducibile molteplicità di metodi, tutto questo suggerisce che anche gli standards epistemologici hanno una storia, (e se vorremo allora imparare dalla scienza il modo mi gliore di procedere nella scelta, ad es., tra i progetti di trasfor mazione sociale, faremo bene a rifarci alle fasi più avanzate delle riflessioni sul metodo). Ora, di che tipo sono i giudizi metodologici che la comuni tà scientifica formula e che utilizza nei suoi meccanismi di deci sione, quando si tratta di stabilire se abbandonare un certo per corso o insistervi (certo non per sempre, ma solo fino a una successiva decisione in contrario?). Non è qui il caso di adden trarsi in particolari: è sufficiente ricordare che, almeno secondo alcune proposte influenti, tali giudizi vertono non su singole af fermazioni e neppure su singole teorie, ma su interi progetti o programmi. Sono questi promesse di una futura organizzazio ne di una parte limitata ma tendenzialmente in espansione della nostra esperienza, in un disegno regolare che segue una certa idea guida, possibilmente semplice e intelligibile. Poiché una tale riorganizzazione richiede l ’ invenzione e la messa in opera di innumerevoli strumenti, concettuali e di osservazione (ad esempio apparati matematici e telescopi), è chiaro che la realiz zazione di un programma prende tempo, e in un certo senso non può mai dirsi conclusa. I giudizi e le decisioni dovranno quindi forzatamente riguardare sempre realizzazioni parziali di uno o più programmi. Al massimo si potranno avere allora giu dizi di questo tipo: «Un programma di ricerca si dice progressi vo fin tanto che la sua crescita teorica anticipa la sua crescita empirica, cioè fin tanto che continua a predire fatti nuovi con qualche successo; ... è in stagnazione se la sua crescita teorica resta indietro rispetto alla sua crescita empirica, ossia fin tanto che dà solo spiegazioni post hoc di scoperte casuali o di fatti

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