Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
resse della scienza che le istituzioni scientifiche evitino di decre tare la fine di alcun programma col negargli finanziamenti, e nessuna ricerca che presenti costi minimi dovrebbe essere di chiarata «out». Ma è inutile dire che quando si tratta di pro grammi di trasformazione politica non possiamo permetterci generalmente la sperimentazione simultanea non diciamo di tutti, ma neanche di due programmi rivali. Le scelte sono qui assolutamente necessarie, e l ’ unica limitazione al rischio è data dal dibattito costante in ciascuna fase, il più possibile aperto, critico, «scientifico». Ma a volte anche il semplice dibattito teorico presenta alti costi: ad esempio quando esprimere delle opinioni è pericoloso per chi le esprime. Un sistema a tal punto illiberale è l ’ unico in grado di darci qualche certezza pratica: quella di adottare comunque la soluzione peggiore. Recentemente però la speranza di trovare nel metodo scientifico qualche indicazione nel difficile compito di orientar si tra i molti progetti in competizione, ha ricevuto un serio col po. Paul Feyerabend, indubbiamente uno dei più competenti epistomologi della generazione postpositivistica e certo il più brillante, ha sostenuto la tesi estrema della non esistenza del metodo. Una cosa sono i giudizi metodologici — ha sostenuto — del tipo di quelli riportati più sopra, che descrivono come progressivo o regressivo o stagnante un programma rispetto ad altri in competizione, un ’ altra cosa sono le decisioni e i suggeri menti metodologici su come lo scienziato deve procedere nella scelta del paradigma su cui puntare: tra le due cose non c ’ è con tinuità. Se il metodo deve avere un valore normativo e guidarci in qualche modo (certo non si pretende che ci dia certezze o sia un ’ assicurazione contro il rischio, ma si vorrebbe quanto meno che ci indichi delle strategie ottimali in qualche senso opportu no) esso deve intervenire al secondo livello, quello delle decisio ni; ma solo al livello dei giudizi descrittivi abbiamo giustifica zioni razionali. E poi il senso comune, e non il metodo, che ci consiglia di puntare sul cavallo più veloce. La ragione sa che nessuna condizione logica garantisce che il cavallo più veloce sia anche quello vincente, e «metodo» è sinonimo di «ragione». Dunque non esiste un metodo scientifico o, il che è lo stesso, lo splendido accrescimento della scienza non è il risul tato di procedimenti razionali. I risultati della scienza conti nuano a riempirci di ammirazione, ma non hanno più nulla da insegnarci in altri campi. L ’ unica massima metodologica di ri lievo è «Tutto va bene!», che sta a significare: «Massima tolle ranza e massima critica». Per la ricerca teorica «pura» (ammes so che esista qualcosa del genere) è già qualcosa, ma è troppo poco ad esempio per i programmi extrascientifici. Si badi che la non esistenza del metodo non significa che esista una molteplicità di metodi locali, di strategie di soluzione di problemi specifici e limitati: significa invece che la scienza si sviluppa liberamente al di fuori di qualunque schema, che po trebbe limitarla pericolosamente, che può crescere solo me diante la sperimentazione simultanea di tutte le possibilità e del loro contrario. Il suo metodo è appunto l ’ assenza di metodo, la sua etica è il dadaismo. «L ’ idea di un metodo che contenga principi fermi, immu tabili, e assolutamente vincolanti come guide all ’ attività scienti fica si imbatte in difficoltà considerevoli quando viene messa a confronto con i risultati della ricerca storica. Troviamo infatti che non c ’ è una singola norma, per quanto plausibile, e per
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