Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
in contraddizione con la realtà, gli umori di una borghesia che vuole tornare ad autogovernarsi, che aspira ad emanciparsi dal potere politico, che si studia — ma altro discorso è che poi ci riesca — di fare a meno dello Stato, di avventurarsi oltre la sua «ombra». Bisogna rileggere Burnham e il secondo Schumpeter (an che se i neoliberisti preferiscono riproporre il primo) per com prendere le ragioni profonde dell ’ odierno neoliberismo ameri cano. Nessuno prese sul serio Burnham quando profetizzò che la crescente dilatazione delle funzioni economiche dello Stato avrebbe «intaccato il perno del sistema di leve capitalistico» e «minato alle basi la posizione dei capitalisti come classe domi nante» 27 ; né Schumpeter quando parlò della borghesia come di classe progressivamente «espropriata» e «destinata a perdere la sua funzione» 28 . La «tecnostruttura» che oggi descrive Gal- braith tende realmente a tagliare il cordone ombellicale che la lega alla classe proprietaria; c ’ è, per questa, il rischio reale di essere detronizzata, di vedersi sfuggire di mano il controllo dei propri commis. Crisi «irreversibile» del capitalismo, come pen savano Burnham e Schumpeter, e come, molto prima di loro, aveva pensato Marx 29 ? Oppure semplice ricambio all ’ interno della classe proprietaria, come rintengono Baran e Sweezy 30 ? È una scommessa sul proprio avvenire che le classi proprietarie americane non sembrano disposte a giocare: vogliono riappro priarsi — questo è il senso riposto del neoliberismo — del «si stema di leve capitalistico»; ristabilire la propria «posizione di classe dominante»; vogliono spezzare il circolo vizioso del qua le si sentono prigioniere: tra la necessità economica, che le in duce a sollecitare un sempre più penetrante intervento dello Stato, e la drastica riduzione di potere che da questo intervento deriva loro. 5. Non è da oggi — è, quanto meno, dalla «grande de pressione» di un secolo fa — che le repliche della storia deludo no la fiducia borghese nella «oggettività economica», nella au tonomia dell ’ economico dal politico 31 . La fiducia, dobbiamo però precisare, di una parte solo della borghesia: proprio alla luce dell ’ esperienza recente dobbiamo rimeditare la storia del pensiero economico e tornare ai «grandi borghesi» che hanno preparato l ’ avventura del capitalismo. Abbiamo oggi fondato motivo di ritenere che i fatti hanno, alla resa dei conti, dato ra gione a Colbert e torto a Turgot. Basta leggere i libri dello sto rico Boissonade per rendersi conto delle straordinarie analogie delle politiche economiche colbertiane con le politiche econo miche odierne. E del resto anche l ’ accumulazione originaria,
Il liberismo impossibile del padronato italiano
te esaminato altrove {Le istituzioni dell ’ economia di transizione, Roma, 1978, p. 110 ss., e in Critica marxista, 1977, 3, p. 43 ss.), fanno giustizia dell ’ antimarxi- smo volgare alla Galbraith, che a Marx at tribuisce l ’ «ottocentesca» opinione, supera ta dalla storia di questo secolo, che «il po tere compete naturalmente e inevitabilmen te alla proprietà del capitale» (op. czt, p. 44 s.). 30 Baran e Sweexy, op. cit., p. 31 ss. 31 È la lezione di Dobb, Problemi di storia del capitalismo, trad. it., Roma, 1971, p. 236 ss.
27 Burnham, La rivoluzione dei tecnici, trad. it., Milano, 1947, p. 131 ss. 28 Schumpeter, Capitalismo, socialismo, democrazia, trad. it., Milano, 1955, p. 126 ss. 29 Che già al suo tempo aveva potuto os servare le prime avvisaglie (all ’ interno della grande impresa) della «separazione fra pro prietà e funzione del capitale»: le aveva de finite come «nuova forma entro le barriere capitalistiche»; ma non una novità senza si gnificato, insuscettibile di sviluppo ulterio re: in quella separazione aveva scorto, tut to all ’ opposto, «un momento necessario di transizione per la trasformazione del capi tale in proprietà dei produttori». E queste pagine del Capitale, che ho più diffusamen
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