Problemi della transizione 1979

Politico e sociale in Italia

ta. Rientra fra le prime la vicenda del potere sovietico, plasma to dall ’ avanguardia leninista nella sua lotta contro i bianchi reazionari e apparso poi terrificante allo stesso Lenin e, ancor più, a Bucharin, che con grande lucidità (ma troppo tardi) vide i limiti che la questione contadina avrebbe dovuto imporre al processo di accumulazione perseguito da Stalin. Rientra fra le testimonianze minori, ma è egualmente significativa, pervasa com ’ è da un ’ ambivalenza ancora più difficile da decifrare, la vi cenda che stiamo vivendo in Italia, con la progressiva abolizio ne di enti e istituzioni a base corporativa e l ’ assorbimento delle loro funzioni ad opera delle Regioni e dei Comuni. Il dilemma di Montesquieu sembra dunque l ’ angolatura più proficua per indagare il ruolo degli interessi sociali — e del le loro organizzazioni — rispetto al sistema politico. È essen ziale perciò tenerlo presente, sia nell ’ esame della modellistica con cui il nostro sistema venne plasmato dall ’ Assemblea Costi tuente, sia in quello delle vicende intervenute nel successivo trentennio. Non furono molti i modelli che si confrontarono in As semblea Costituente, anche se furono di diversa matrice gli spunti e gli spezzoni che confluirono nel dibattito. L ’ unico mo dello che funse in questo da pietra angolare fu quello di cui si fecero portatori i cattolici, e in primo luogo La Pira, Dossetti, Moro. Nasceva dalla loro cultura e dalle discussioni che i lau reati cattolici erano andati conducendo per anni, con punti di vista non sempre convergenti. Il minimo comun denominatore, fra loro, era l ’ autonomia delle comunità intermedie, delle ag gregazioni che non volontariamente, ma «naturalmente» si co stituiscono fra gli individui, appagandone i bisogni e divenendo palestra per l ’ esercizio dei doveri, prima e più ancora dello stes so Stato. Quali fossero queste comunità e quale esattamente il loro rapporto con lo Stato era controverso fra gli stessi cattolici: al cuni pensavano piuttosto a famiglia, scuola, Chiesa, enti locali, altri, concordi su famiglia, scuola e Chiesa, immaginavano per il resto una società organizzata in chiave corporativa e imper niata perciò sulle categorie professionali (intendendo queste stesse come comunità «naturali»). Quanto poi al rapporto con lo Stato, c ’ era, notoriamente, un fondo di antistatalismo, gra zie al quale le istituzioni pubbliche venivano intese, al più, co me strutture sussidiarie, utili solo per colmare le lacune lasciate dalle comunità. Ma prima ancora che si arrivasse all ’ Assem- blea, questo punto di vista, incompatibile con il ruolo che i cat tolici intendevano assumere, venne ridimensionato e variamen te contraddetto. Aldo Moro, fra gli altri, scrisse che i cattolici dovevano bensì difendere il pluralismo sociale, ma assumendo lo Stato come un ’ entità per la quale lottare. Nei lavori dell ’ Assemblea è La Pira che fa la parte del leone nell ’ imporre ai Costituenti il precipitato di queste discussioni. Nel corso della discussione generale, in un lunghissimo inter vento, critica l ’ hegelismo, che non lasciava nulla al di fuori del lo Stato e ammetteva gli «enti sociali» solo in quanto organi dello stesso Stato, e critica anche il costituzionalismo francese, secondo il quale gli uomini si unirebbero soltanto per contrat to. La persona — dice La Pira — intrattiene con gli altri rela zioni reali (come dicono gli scolastici) e non volontarie, e lo fa

2. Un ’ ipotesi non chia rita di organizzazione del «sociale»

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