Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
il «modello» politico: il plusvalore estratto dal «capitalista col lettivo» presenta, rispetto al plusvalore estratto dai capitalisti singoli, questa rilevante differenza, rilevante all ’ interno della stessa ideologia borghese: il primo non è, come il secondo, «ca pitale privato», del quale i singoli capitalisti, che se ne sono ap propriati, possano disporre a proprio piacimento; è, invece, «capitale pubblico», è ricchezza che la stessa ideologia borghe se concepisce come ricchezza collettiva, comune a tutti i cittadi ni; è capitale la cui destinazione deve, per lo stesso diritto bor ghese, essere decisa democraticamente, secondo le regole della sovranità popolare. Il plusvalore prelevato dal «capitalista col lettivo» ha, diversamente da quello prelevato dai capitalisti sin goli, un corrispettivo politico. L ’ espropriazione economica del lavoratore è trasformata in pretesa politica del cittadino: il la voratore riacquista, come cittadino, quel diritto che gli viene negato come produttore; un diritto che, come cittadino, gli po trà essere contrastato di fatto, ma non contestato in principio: il diritto di concorrere, secondo le regole della democrazia rap presentativa, nel governo della ricchezza prodotta 34 . Comprendiamo fino in fondo, allora, le specifiche ragioni — le ragioni in più rispetto agli anelli forti del capitalismo — che muovono, nel nostro paese, la crociata neoliberista; e com prendiamo la sua mancata componente politica, che si esprime nella nota denuncia confindustriale dell ’ «eccesso di elementi di socialismo» nel nostro sistema politico e sociale. E una crociata vasta e dispiegata: si predica la centralità dell ’ impresa, si pro fessa un antistatalismo fino a ieri insospettabile; si fruga sem pre più nel fondo della cultura liberale: l ’ ultima riscoperta è il marchese d ’ Argenson; il presidente Carli ripete, con lui, che per «governare meglio» occorre «governare meno». E non è solo predicazione ideologica: dal neoliberismo in negativo, dalla ri chiesta, pur sempre rivolta allo Stato, di essere sciolti dai «lacci e lacciuoli», si tenta di passare al neoliberismo in positivo, alla progettazione di un governo alternativo al governo pubblico dell ’ economia. Viene comunicato che le quattro confederazioni imprenditoriali si apprestano a costituire una grande società fi nanziaria: si annuncia l ’ autogoverno privato del finanziamento alle imprese. Ma al di là delle manovre del vertice è possibile cogliere anche un certo «movimento» della base: in alcune zone del triangolo industriale gli imprenditori si consorziano, per aree territoriali o per settori produttivi; diffidano dell ’ interven to finanziario dello Stato o delle regioni, implicante il loro as soggettamento a pubblici controlli e a pubblici programmi; co stituiscono banche e banchette, si industriano di risolvere da sé il problema dell ’ assistenza finanziaria.
gi» (p. 247) — può articolarsi «in vari mo di: o abbassando la produttività dell ’ impre sa» (...), «o accentuando le disfunzioni del l ’ accumulazione sociale del capitale-Stato» (...), «o facendo le due cose insieme» (p. 246). Si resta, a questo modo, ancora lega ti alle visioni meccaniche della transizione: si continua a confidare che il socialismo, l ’ autogoverno delle masse nascono, d ’ in canto, dalla crisi dello Stato del capitale, spontanea o provocata che essa sia; onde basta, da parte dell ’ agente storico della transizione, assumere un «compito sovver sivo», preludio dell ’ odierna intransigenza padronale di fronte alle piattaforme sinda cali per i rinnovi contrattuali.
34 Su questo rapporto tra forma politica e modo di produzione debbo rinviare a Le istituzioni dell ’ economia di transizione, cit., p. 17 ss. L ’ autocritica di Guastini, ri cordata nella nota prec., non si estende fi no a questa conseguenza, come logica vor rebbe: chi l ’ accetta, anzi, diventa «parte or ganica della classe dominante», e «organiz za il consenso, non la lotta, al sistema capi talistico» (op. cit., p. 35 ss.). Analogo dis senso in Negri, op. loc. citt., fra lusin ga (sono posizioni riformiste «più intelli genti e quindi più pericolose») e invettiva («miserabile opportunismo della conclusio ne»). Per questo autore la conseguenza strategica per il movimento operaio — nel suo linguaggio, «il compito sovversivo og
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