Problemi della transizione 1979

Democrazia in Occidente

Per quanto i massimalisti di casa nostra giurino che il capi talismo di Stato è, pur sempre, capitalismo e che la borghesia di Stato è, pur sempre, borghesia 35, le nostre classi proprietarie non ne sono per niente rassicurate. Esse avvertono che l ’ espan sione della mano pubblica sull ’ economia (in termini di control lo sulle attività private come in termini di diretta gestione dei mezzi di produzione) ha raggiunto il livello di guardia, che può aprire la strada del governo dell ’ economia alle classi antagoni ste. C ’ è un motivo di apprensione in più rispetto alla preoccu pazione che muove i neoliberisti americani; c ’ è un motivo in più di diffidenza verso lo Stato, specie da quando lo Stato ha allargato, in Italia, le basi del consenso politico e sociale ed ha cessato di essere, per la nostra borghesia, uno Stato in tutto «domestico». Il neomercantilismo non può coesistere con lo sviluppo della democrazia politica. Il loro connubio genera un mostro: la partecipazione della classe operaia, secondo le rego le della democrazia politica, al governo dei meccanismi econo mici. Qualcosa del resto, si era già rotto entro gli antichi cir cuiti del governo, o del sottogoverno, dell ’ economia, o qualcos ’ altro minacciava di rompersi. E allora la parola d ’ ordi ne è di fare marcia indietro, di ricominciare da capo di ripudia re Colbert e di puntare su Turgot e d ’ Argenson, di ritentare l ’ impresa mancata dai padri del capitalismo, quella di una eco nomia tutta privata, solo vegliata da uno Stato guardiano not turno. Ma è davvero liberismo quello che si predica e si progetta? C ’ è da dubitarne seriamente, a giudicare dalle ripetute e univo che posizioni che l ’ industria italiana assume di fronte al proble ma di fondo, che è quello del suo rapporto con la classe ope raia. Ancora in chiave neomercantilista, e non certo in chiave liberista, si affronta questo problema quando la Confindustria invoca un intervento statale che blocchi le spinte rivendicative, sospenda le garanzie dello Statuto dei lavoratori e imponga la «pace sociale». Lo si dichiara, da tempo, senza reticenza: il ve ro «laccio» è il sistema delle relazioni industriali; sono la politi ca contrattuale del sindacato, la legislazione in materia di lavoro 36 . In una parola, i «lacci e lacciuoli» dovrebbero essere tolti agli imprenditori e applicati ai lavoratori. Ma l ’ obiettivo dell ’ industriale italiano non è, allora, la liberazione del merca to; è, nel rapporto con il sindacato, l ’ intervento limitatore dello Stato. Mortillaro sottolinea che «la contrattazione collettiva è oggi esclusivamente, dico esclusivamente, affidata ai rapporti di forza», ossia al mercato; e ciò non sta bene: invoca, per con tenere la forza del sindacato, lo «strumento legislativo». In somma: gli imprenditori preferirebbero «tornare» al mercato; però alla condizione — la contraddizione è stata più volte rile vata da Napoleoni — che essi solo, e non anche i lavoratori, fossero legittimati ad agire come forze del mercato. Puntano su una sorta di «liberismo imperfetto», del quale sono ammessi a fruire solo una classe di soggetti economici. O, ciò che è lo stes so, puntano su di un semimercantilismo, che dello Stato mer

35 Guastini, op. cit., p. 35 ss., ricompren de nella «borghesia di Stato» anche i diri genti nazionali del partito comunista, ed arriva a porsi l ’ arduo problema se debbano esservi o no ricompresi anche i quadri in termedi. 36 Cfr. i discorsi di Carli e altri, in Rivista di politica economica, 1978, pp. 269 ss.

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