Problemi della transizione 1979

Ragione, potere, sviluppo

spohdo immediatamente che il ricorso alla prassi, se è una buo na trovata, anzi sacrosanta, nei confronti di strani pasticci ideologici travestiti e camuffati da «teoria», non vale se non con molte cautele e opportune qualificazioni, nei confronti di teorie — buone o cattive che siano. Nel senso che non si dà qualcosa come una prassi se non teoricamente interpretata. Il problema è quindi quello di nuovo di fare un passo alla volta: e, di fronte a schemi concettuali, chiedersi soprattutto se sono buoni o cattivi. Ci sono molti modi per decidere se uno schema concettuale è buono o cattivo; tuttavia, questo non vuol dire — come alcuni sprovveduti credono — che non si possa via via de cidere. Voglio anche dire che il guaio non sta nel discutere in termini teorici quanto nel discutere male in tali termini. E infi ne che il richiamo — sempre benvenuto nella nostra cultura — ai «fatti» non può far dimenticare che, per dirla con la migliore filosofia della scienza che ci è contemporanea, non c ’ è un «fat to» che non sia «carico di teoria». 1.2. Qualche osservazione preliminare: credo che si deb ba anche essere consapevoli del fatto che la discussione sugli strumenti e sugli schemi concettuali ha come suo presupposto il riconoscimento razionale della crisi profonda degli strumenti o degli schemi con cui tradizionalmente siamo abituati, nella si nistra, a pensare pratiche e orientare progetti. Se non si condi vide questa assunzione (ovviamente, come quasi tutte le cose umane, discutibile e criticabile), è del tutto inutile perdere tem po a giocare con quattro categorie. Non parlo di necessità di ri cerca per la sinistra nella crisi attuale a caso o per mera strate gia retorica, come molti sembra a me facciano ritualmente. Vo glio dire chiaramente che non si ricerca affatto quando si han no già tutte le risposte nel cassetto. Si fa semplicemente finta. Si recita o si mima lo stile della ricerca. In realtà, è un trucco ba nale. Si tratta, in linguaggio più nobile e «ufficiale», di aggiu stamenti ad hoc scientificamente regressivi e — sul breve e co munque sul lungo periodo — politicamente improduttivi e de generativi. Molto più serio e rigoroso mi sembra piuttosto, se questo è il caso, mettere in tavola le ragioni di un credito non scalfito alla tradizione e confrontarsi con chi al contrario — co me è il nostro caso — ritiene profondamente inadeguata — alla soluzione dei nuovi nuovi problemi — l ’ attrezzatura che ha ri solto i vecchi. 2. Lo stile della ricerca ci è quindi proprio. Ci si addice. La soluzione di vecchi problemi, ottenuta entro e grazie al vec chio paradigma, ne ha inaugurati di nuovi. Su questi, appunto, si apre la necessità dell ’ inchiesta e dell ’ indagine. Vorrei evitare d ’ altro canto a questo proposito le connotazioni «catastrofiste» o epiche, le retoriche della fine di un mondo, del crollo dei va lori, del discontinuismo da melodramma (che molto in fondo sono apparentate con i'rituali della «abiure» richieste). Cer chiamo — per quanto ci è possibile — di parlare in prosa. Il di scontinuismo radicale con i suoi azzeramenti drastici mi sem bra francamente fallace. Assomiglia a una descrizione di come — per diversi motivi — desidereremmo che il mondo fosse per persuadere noi e gli altri che abbiamo ragione, piuttosto che a una descrizione (con interpretazione incorporata) di come le cose stanno. Ma è di quest ’ ultima, e solo di essa, che abbiamo poi effettivamente bisogno, se il nostro principale problema è quello di argomentare intorno al modo in cui le cose dovrebbe-

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