Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
ro razionalmente stare; e senza questo, d ’ altronde, come pensa re e orientare un qualsivoglia progetto di mutamento? Il discontinuismo radicale non ci serve a niente; ma, si ba di bene, non ci serve a niente perché è falso. Non è falso perché non ci serve a niente. Né ci soddisfa d ’ altra parte il suo opposto simmetrico: il continuismo rassicurante che riduce il mutamen ti, le innovazioni, i tratti inediti a semplici e inessenziali altera zioni di superficie di un quadro sottostante già ben noto e che, al di là dei fenomeni, esibisce, grazie al sortilegio della «dop piezza», il volto familiare della tradizione. 2.1. Non è difficile rendersi conto del fatto che la sinistra in Europa si trova di fronte a problemi effettivamente nuovi. E ciò richiede anche — tra le altre cose — un lavoro di «riconver sione» concettuale, in alcune zon emolto drastico (assomiglia a un caso di azzeramento di pezzi della tradizione), in altre molto meno marcato (si tratta semplicemente di riformulare e ritra durre pezzi della tradizione). Il nostro problema è un po ’ quello di suturare questa divaricazione tra tradizione e innovazione. Nel Lear si dice: «maturazione: è tutto». Così, penso che si possa parlare di un passaggio che può dar luogo a progresso nel mutamento, anche se ciò appunto è declinato nell ’ universo della possibilità e della costruzione e non in quello della necessità della teleologia o delle filosofie della storia di stile totalizzante e senza spazio per sorprese. Ed è ancora il settore dell ’ impresa scientifica a suggerirci questa for mulazione: guardate al progresso via rivoluzioni concettuali e riflettete sul fatto semplice che il venir meno dell ’ immagine del progresso per cumulazione di verità su verità (continuismo) non per questo abilita a delineare l ’ immagine opposta di un caos disseminato di teorie tra loro inconfrontabili e intraduci bili (discontinuismo radicale), quanto piuttosto suggerisce una nuova immagine di progresso che associa razionalmente i tratti dell ’ innovazione a quelli della tradzione, dell ’ accumulazione e crescita del sapere. Perché poi così stanno le cose. E il bello è che in realtà tutti sanno che stanno così; quindi diventa interes sante comprendere quali curiosi meccanismi facciano sì che uno non sia interessato al fatto che le cose stanno in un certo modo. Ma siamo già entrati nell ’ area delle osservazioni sulle immagini della ragione, del potere e dello sviluppo. Abbiamo già formulato una prima domanda e proposto un problema: il venir meno o la crisi di «l ’ immagine del progresso implica il ve nir meno o la crisi di ogni possibile immagine del progresso? Credo ovviamente di no. (Ma sono anche convinto di nuovo che tutti sappiano in realtà che ciò è più o meno vero e che ap punto per una qualche altra ragione non vogliano dirlo). Proviamo quindi solo a formulare alcune domande con questo stile. Un impegno per le risposte possibili — e non altro — è quello che queste osservazioni vogliono produrre. Gettar luce sullo stato di alcuni problemi; suggerire strategie di solu zione; congetturare percorsi possibil. Vedremo, per chiudere in sintonia con la filosofia shakespeariana, se c ’ è del metodo in questa ragionata follia. 3. Si assiste spesso, nella fasi di crisi lunghe e complesse come quella attuale, al formarsi di una coppia di strategie co noscitive curiosamente apparentate, anche se a prima vista del tutto opposte tra loro. In un caso l ’ indagine si fa per dir così micrologica. Lo sguardo si concentra e si mette a fuoco sui det
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