Problemi della transizione 1979
Ragione, potere, sviluppo
tagli del presente, sottraendosi all ’ inerzia degli schemi teorici per lo più — anche se in crisi — vigenti. I tempi storici di riferi mento allora si accorciano. Si rinuncia alle periodizzazioni di respiro classico. Come diceva Ludwig Wittgenstein: «guarda, non pensare». Allora, non la crisi generale del capitalismo, ma la crisi locale in questa società italiana (o in un ’ altra determina ta, s ’ intende); e poi non in generale in Italia, ma in particolare e localmente in questa fascia dell ’ Italia, ecc. Le grandi continuità che hanno abitualmente da sfondo alla nostra tradizione anali tica si contraggono sistematicamente: si guarda ai passaggi, ai mutamenti di fase entro i capitalismi. Ci si interroga sulle svol te che fanno di questa storia una costellazione, una famiglia di molte storie e di molti passaggi: gli anni ’ 30, la grande trasfor mazione, il keynenismo, la fine anni ’ 60, il ’ 73, ecc. Nell ’ altro caso, all ’ inverso, lo sguardo si concentra e mette a fuoco grandi unità, grandissimi archi di esperienza storica e di modelli concettuali: ritornano attuali scenografie o archeo logie che sembravano affatto fuori moda e che constringono come a una «macroscansione» alternativa delle fasi e delle tran sizioni. C ’ è appunto chi guarda e interroga eventi come la tran sizione al capitalismo (per esempio e per molti importanti moti vi, il ritorno è alla rivoluzione francese e alla rivoluzione indu striale) come a momenti inaugurali rispetto ai quali successive costellazioni fanno solo da sottocasi familiari della stessa sto ria. Naturalmente, anche in questo caso, per dirla con Wittgen stein (e Musil): «giusto e interessante non è dire: questo è nato da quello, ma: questo potrebbe essere nato così». In sostanza «guarda molto vicino» è un po ’ la massima per la condotta intellettuale che nella prima strategia si esprime. La seconda suggerisce invece a sua volta: «guarda molto lontano». E le due danno luogo a giochi di ricerca sostanzialmente diversi anche se appunto tra loro apparentati. Verrebbe da dire: non dimenticare mai, usando una delle due strategie, la sua alterna tiva. 3.1. Adottiamo ora la seconda delle strategie suggerite, quella che punta sulle grandi distanze e proviamo a tratteggiare la fisionomia di quella che chiameremo la famiglia dei modelli di razionalità classica. E con ciò intendo più o meno quel com plesso di immagini della ragione che si costruisce e si compatta nella fase della transizione al capitalismo e che dal grande ’ 600 alla metà del secolo scorso in alcuni paesi europei presenta trat ti abbastanza univoci e identificabili. Alludo a quell ’ insieme di paradigmi che si costruiscono in rapporto all ’ impresa scientifi ca (e cioè alla prima rivoluzione scientifica moderna), alla teo ria politica, all ’ economia politica, alla sua critica. Da Galilei a Marx, viene da dire; o da Hobbes a Marx; o da Petty a Marx. Il modello di ragione è quello che si associa all ’ insieme di metodi, regole e procedure che hanno dato buona prova nella scienza della natura. Questa razionalità assume un carattere normativo. E un fatto e diventa un valore. Così le moderne teo rie del contratto sociale, nella loro opposizione «artificiale» al modello «naturale» aristotelico, si possono riformulare come teorie della scelta o della decisione razionale intorno alla forma ottimale del politico e poi del sociale. E l ’ economia politica — come il suo più grande critico ci ha insegnato — è per l ’ appunto la scienza per eccellenza, la fisica della nascente società capitali stica. Il sapere o la ragione risultano così ben fondate; altret tanto fondate le forme visibili del potere. I processi, gli svilup
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