Problemi della transizione 1979

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

pi, le crescite, i passaggi, le transizioni vengono pertanto lette nel linguaggio del progresso che in questi secoli appunto pren de corpo e si articola. In un modo o nell ’ altro l ’ idea base è che vi sia nella storia e nella natura, nella variazione e nella perma nenza, una razionalità incorporata. Una ragione delle e nelle cose; una loro natura; un loro or dine; una trama di valori che si colloca univocamente a esse; in fine, un loro senso o direzione di marcia. È questo più o meno che rende apparentate tra loro le grandi costruzioni del contrat to sociale e le teorie àeWordre naturel dei fìsiocratici o quelle del mercato e del capitale degli economisti inglesi. Questo an cora risuona e ha effetti nella metafisica dello sviluppo di Hegel e si iscrive nel nucleo del programma di Marx. 3.2. Del resto, a pensarci bene, l ’ idea stessa di rivoluzio ne, nella sua accezione moderna, è associata a questa trama concettuale e con essa è profondamente coerente. Perché mai l ’ accezione di rivoluzione come indice della permanenza e della costanza («fa un giro e torna al punto di partenza») viene rim piazzata con quella di rivoluzione come mutamento generale e trasformazione («cambia la forma e l ’ ordine dato e avrai un or dine migliore»)? O meglio: è pensabile questo potente e drasti co riorientamento del termine senza i requisiti di razionalità, potere e sviluppo-progresso classici? E osserviamo che non è tanto importante, da questo punto di vista, che ora si tratti del la natura per dir così materiale; che ora la società sia vista come una macchina; ora come un organismo. Sono certo differenze significative. Ma dal mio punto di vista, naturalmente parziale, siamo interessati alle omologie piuttosto che alle differenze. Di ciamo meglio: il modo classico di pensare la ragione, il potere e lo sviluppo presenta all ’ osservazione certamente molte e diver se strategie e differenti assunzioni. Tuttavia c ’ è tra queste aria di famiglia. Non quindi la «forma generale» classica, quanto piuttosto una famiglia e perciò uno stile riconoscibile come tale. 3.3. Ora, il punto importante è che credo si possa ragio nevolmente sostenere che l ’ universo concettuale di Marx rientri a pieno diritto in questa costellazione; che esso costituisca, nei suoi tratti e nelle sue cadenze, l ’ ultimo slittamento del pro gramma classico. E la sua teoria dello sviluppo una delle spie più interessanti. Marx chiude il pensiero della transizione al ca pitalismo in alcuni paesi europei. Noi siamo oltre. La ragione di Marx è incorporata — e quindi univocamen te leggibile — nelle cose. Il processo di mutamento esibisce un marcato carattere teleologico; il conflitto tra le classi è un ’ astu zia del progresso; la classe operaia — o meglio la massa del la voro salariato — non può che essere insieme fatto e valore per ché essa è l ’ unico attore sociale abilitato materialmente alla fuoriuscita dal capitalismo (il suo sistema di interessi coincide immediatamente con tale programma di trasformazione); il so cialismo non può che essere definito — anche se senza ovvie e banali ricette per l ’ avvenire — come l ’ opposto simmetrico del capitalismo (piano versus mercato, amministrazione versus po litica, ecc.); sul breve o sul lungo, infine, vince solo chi ha ra gione. E le ragioni della storia sono le ragioni dello sviluppo. In un certo senso è l ’ inabilità stessa del capitalismo a pro seguire nel suo compito storico (lo sviluppo) a inchiodare il modo di produzione e confermare la impermanenza, anche pa radossalmente in assenza di contro-azioni della classe antago

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