Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
molla compressa (i diritti dell ’ uomo, l ’ espansione della ricchez za sociale e l ’ allontanamento dalla scarsità o dalla stagnazione, l ’ onnilateralità virtuale dell ’ individuo, il gioco possibile o nega to della sua sessualità, la sua creatività, la sua bellezza, l ’ egua glianza, «virtù» delle democrazie, ecc.). La posta in gioco è: ri duci al minimo la coazione e permetti alla molla di espandersi liberamente per tutta l ’ ampiezza delle sue spirali. Provate a ap plicare quest ’ immagine a più di un campo circoscritto di pro blemi, a più di un ordine di contraddizioni, nel gioco mobile delle lotte e delle resistenze. Oppure, per esprimerci un po ’ me no alla francese, potremmo semplicemente dire: la ragione classica non è forse tutta riconoscibile, nelle sue molteplici dif ferenze, in questa immagine dello sviluppo? Nel senso sempli ce, che essa stessa è sviluppo. Quarto: la razionalità non vuol dire altro se non che le co se sono quello che sono perché non potrebbero essere diversa- mente (c ’ è una ragione appunto, alle loro spalle, per cui sono quello che sono) e mutano in un certo modo determinato, cioè diventano altro da quello che sono, perché in altro modo non possono mutare se non in quello. Voglio dire, in parole povere, che nell ’ universo classico c ’ è per lo più un ponte tra la realtà e la possibilità tale per cui il passaggio è appunto determinato e garantito ex ante. Qui, infine, ragione, potere e sviluppo si co niugano strettamente: e tutto sta nell ’ impegno teologico. Per ché l ’ idea di fondo è semplicemente e ancora quella del vecchio Aristotele per cui il fine del seme è la sua fine. E ciò ha luogo se condo la sua natura. Ovviamente, può venire una gelata e il se me non riuscire a diventare pianta. Ma questo, che è accidenta le, non fa che confermare la regola per cui nel terminus a quo riposa e è dato il terminus ad quem. Così le società si portano dentro, per dirla con il grandissi mo Leibniz, il loro futuro. Per evoluzione o per rivoluzione, per continuità o discontinuità, non importa a questo punto. Son differenze che non fanno differenza. La logica profonda è più o meno la stessa. Il socialismo è dentro il capitalismo, in questo senso preci so che ho cercato di suggerire. La fuoriuscita dal capitalismo è, per quanto condizionatamente, necessaria. Non siamo dei co struttori; siamo, per dir così, dei geografi del possibile. E, a di re il vero, siamo dei geografi molto affini a chi ha creato quel mondo, la cui esistenza permette la sensatezza delle nostre azioni. Tutto questo modo di parlare (che è poi un modo classico di pensare la transizione) non ci fa forse venire in mente l ’ im magine di un Dio che vede tutto, da tutti i lati? 4. Se al modo classico pensi la transizione sotto il titolo della necessità e della teleologia, al modo che chiameremo — per mera analogia — neoclassico la pensi sotto il titolo della possibilità, della chance. Nel primo caso descrivi i processi guardando per dir così in un colpo solo l ’ origine, la via e la me ta; e ogni passo, ogni mossa, ogni decisione che segna il percor so è garantita dal fondamento di un sentiero già tracciato. Non hai bisogno di «teoria», verrebbe da dire; ti basta la propagan da. Nel secondo si apre il campo della costruzione e ogni mos sa, ogni passo, ogni decisione si dispone in una successione di scelte in cui ammetti che fai un passo alla volta, che sei per dir così un buon «finitista» e pensi anche che il sistema della meta
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