Problemi della transizione 1979
Ragione, potere, sviluppo
sia mobile e revocabile come il valore del gioco; ritieni anche quindi coerentemente mutabile, al succedersi delle mosse, la costellazione degli obiettivi. O ancora: nel modo classico de scrivi il potere localizzandolo in un solo contesto o luogo o or dine visibile della società: come un sistema di effetti fondato in una regione che di qui linearmente alle altre si trasferisce. Un po ’ l ’ idea di una meccanica, appunto, classica del potere: pro duzione e distribuzione del potere, come un fluido, nel sistema. Nel modo neoclassico complessa e non lineare è invece la trama del potere ed esso non mostra altri fondamenti che non siano l ’ insieme dei suoi effetti; la sua localizzazione è plurale e mobi le; consiste in fondo, rispetto all ’ universo classico, in un com plesso di possibili dislocazioni. Se nel modo classico il potere è 10 stato o il mercato, al modo neoclassico esso è insieme lo sta to e il mercato e i possibili nuovi soggetti che sulla scena socia le, nello spazio e nel tempo, emergono, confliggono, prendono la parola, e rendono appunto complessa la trama lineare del potere. Nel modo classico, fatti e valori vanno insieme; diverso 11 caso neoclassico in cui ammetti per principio la mobilità e l ’ autonomia relativa tra i due ordini. Nel caso classico hai, co me avevo suggerito, un sistema «centrato» e presupponi quindi coerentemente un punto di vista che tutti gli altri vede e da nes suno altro è visto. Nel caso neoclassico il sistema è per princi pio a-centrato e gli è associata una pluralità mobile di punti di vista. Infine, se nel modo classico lo sviluppo contrassegnato dal piano lungimirante e generale di un grande «ingegnere» o di un grande architetto dell ’ evoluzione, nel modo neoclassico siamo piuttosto in presenza di un bricolage locale e condizionato di uno «stagnino», come le più recenti teorie dell ’ evoluzione ci suggeriscono. Così, mentre accettiamo laicamente che raziona lità e realtà non sono termini coestensivi, se della razionalità nella storia tuttavia riconosciamo (e questo è il caso, malgré i nuovi profeti del non senso), sappiamo anche che essa ha un rapporto significativo con i nostri progetti, con le nostre co struzioni. Solo che, per lo più, ce n ’ è sempre di meno di quanta ne contenesse il nostro programma. Non è il caso, infatti, di es sere idealisti. 4.2. Tra le altre, a me sembra quella di Max Weber una delle grandi esperienze teoriche che inaugurano questo modo di pensare la società e il suo mutamento: e basta suggerire una ri lettura o una riformulazione attuale delle sue nozioni di razio nalità, potere e progresso per avere un ’ idea del campo nuovo di strumenti e di schemi concettuali con cui attrezzarci al pensiero attuale dei processi di transizione. E, d ’ altra parte, non è diffi cile avvertire l ’ esigenza di misurarsi su quell ’ immagine della ra gione (o del linguaggio: il che è Io stesso nella filosofia contem poranea almeno dopo Frege) che le ricerche filosofiche di Lud wig Wittgenstein tratteggiano. Sono, tra i molti possibili, due esempi che ritengo particolarmente significativi e capaci di pro durre sviluppo. Naturalmente, questo richiede appunto in lar ga parte una reale riconversione degli schemi concettuali che ci sono familiari: non banalmente un trucco da «operazione cul turale», come usa dirsi (prendi Weber e cambialo di segno, per intenderci); né un triviale immagazzinamento di nuove tecniche da mettere nella celebre box of tools a fianco di quelle della tra dizione. Perché è ampiamente noto che non c ’ è tenica che non
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