Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
incorpori fini e valori e in qualche modo non si iscriva entro il quadro o il contesto di una «forma di vita». 5. In fondo, le osservazioni che precedono hanno tutte quésta idea implicita; o meglio, conducono a domande di que sto tipo: la rinuncia al modo classico di pensare o descrivere o interpretare la transizione (ragione, potere, sviluppo) implica la rinuncia a pensare o descrivere o interpretare in ogni caso la transizione? La rinuncia alla razionalità classica implica la ri nuncia a ogni razionalità? La rinuncia all ’ immagine classica, li neare e visibilista del potere abilita alla demonizzazione o alla santificazione di un potere «innominabile»? La rinuncia, infi ne, all ’ immagine classica e teleologica di sviluppo/progresso porta con sé la rinuncia a qualsiasi immagine o grammatica dello sviluppo? Si potrebbe anche chiedere: è possibile, entro il quadro neoclassico, progettare il mutamento, la trasformazione della società che questa crisi investe così tenacemente, produttiva mente e con caratteri così inediti? E viene da dire: la crisi della razionalità è semplicemente la crisi di un tipo di razionalità. Non scambiare questo tipo deter minato con tutta la razionalità possibile (questo fa pensare an che ai mutamenti nell ’ impresa scientifica). Oppure: la crisi del Valore e del Fine della storia è la crisi di una costellazione di valori e di fini. Non scambiare quella costellazione determina ta e, malgré tout, locale, con la «forma generale» di tutti i valo ri possibili. E qui vale forse la pena di precisare che soltanto un pensiero infantile può realmente credere che si possa muovere solo un dito, in assenza di valori e di fini. 5.2. Perché questa sembra a me essere la posta in gioco: come associare progetti di mutamento a queste grammatiche della complessità e della possibilità? Come riformulare l ’ imma gine stessa di «rivoluzione», tolta dal perimetro del suo quadro classico, entro le dimensioni laiche e finite della realtà che ci è contemporanea? Formulare buone domande e lavorare seriamente alle ri sposte; per dir così, cercare entro limiti e segmenti finiti la veri tà. Questo è qualcosa come un programma. Naturalmente, con la consapevolezza in prosa che anch ’ esso ha limiti. Ma senza li miti non è possibile neppure V attrito. Né, ciò che mi auguro, la critica razionale. S.V.
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