Problemi della transizione 1979

Il sogno di una cosa

teresse per la verità, è perciò l ’ unico modo perché essa possa es sere ridestata alla memoria degli uomini e fatta ancora valere. La facoltà di oblio che Nietzsche rivendicava ha operato a de trimento dell ’ essenziale. L ’ uomo è ormai per Adorno solo l ’ uo mo dimenticato. Il ricordo dell ’ uomo della «preistoria» (Ador no ha in mente il mondo presocratico, il mondo al di qua dell ’ Aufklàrung), della non separazione tra nomi e cose, gli ap pare sempre più problematico. La facoltà di ricordare opera sempre meno efficacemente della facoltà di oblio. È qui che Adorno si distacca dal modello classico della dialettica perché per lui la verità non solo non si è realizzata, ma anche come possibilità è divenuta incerta. Scegliendo dialetticamente come terreno di analisi e punto di orientamento del suo discorso pro prio ciò che doveva apparirgli più ostile al corso della riflessio ne (l ’ immensa trasformazione dei rapporti e dei mezzi di produ zione culturali) Adorno si è accorto che non era più possibile giungere a figure di sintesi o di conciliazione. Mentre Lukàcs non ammetteva che il presente non si saldasse con il passato se condo un ’ idea normativa di ragione (Omero, Balzac, Tolstoj possono e debbono essere i modelli insuperati dei nuovi scritto ri), Adorno ha una lucidissima percezione dell ’ inattualità della tradizione (cioè della ragione o del testo complessivo del pen siero e dell ’ arte occidentale). Lo stile per lui non è più la cosa, ma la mancanza della cosa. La sua idea dell ’ arte novecentesca come allegoria, che egli poteva trovare in Benjamin (il Benja min del Dramma barocco tedesco} attesta, sotto questo aspet to, il carattere anticlassico della sua estetica. La sua attenzione ai movimenti d ’ avanguardia era del resto incompatibile con ogni appiattimento classicistico. Se tuttavia il metodo di Benjamin era allegorico, quello di Adorno è dialettico. Solo perché non riesce più a mediare posi tivamente gli estremi, la dialettica negativa comporta una per dita (un ritrarsi o rendersi impliciti) dei suoi contenuti imma nenti e finisce perciò per coincidere con l ’ allegoria. Ma Adorno non rinuncia affatto alla speranza della conciliazione. La verità della dialettica resiste al suo fallimento. E l ’ inconciliato che di viene ora la cifra del conciliato. Il perduto diviene la metafora del salvato. Più che mancanza della cosa, lo stile è speranza che soggetto e oggetto, concetti e cose possano alla fine corrispon dersi e farsi commensurabili («/.../ nel rimprovero che la cosa non è identica al concetto, vive anche la speranza che lo possa diventare») 14 , attesa (impossibile) della cosa. E il programma umanistico viene ricuperato come paradosso. La speranza è che l ’ uomo risalga dall ’ oblio, espii la colpa e la violenza della sua storia, rovesciandone il corso, e riattinga la felicità — innalzata a umanità — della «preistoria». L ’ idea che la storia del mondo sia unica e che la modernità debba comunicare con il passato («La realtà conciliata e la restaurata verità del passato verosi milmente convergono») 15 , resta al fondo del discorso di Ador no. L ’ utopia di un mondo «senza sventura», viene posta pas sando attraverso il passato dell ’ uomo, leggendo le sue tracce

14 Cfr. Adorno, Dialettica negativa, Tori no, 1970, p. 134. 15 Cfr. Adorno, Teoria estetica, cit., p. 60.

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