Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
Contemporaneamente in Emilia-Romagna è tipica l ’ industria di piccole dimensioni, vi hanno sicuramente avuto luogo vasti fenome ni di decentramento e lavoro a domicilio, è stato dimostrato che vi è largamente diffuso il doppio lavoro. Insomma, essendo terreno adatto alla diffusione della «produzione alla macchia», dovrebbe mostrarne tutte le conseguenze. Invece a noi pare che la lettura delle tendenze prima accenna te non autorizzi questa conclusione. È troppo presto, le indagini empiriche — per quanto abbiano fatto passi da gigante negli .ultimi anni — non sono ancora abba stanza esaurienti, per pretendere che i dati diano una risposta defi nitiva. Però si possono già discutere i criteri di classificazione, le fonti, i metodi di lettura, in una parola, l ’ impostazione delle ricerche. 3. Ad esempio, non sarà mai abbastanza lodata l ’ introduzione degli aspetti territoriali nello studio dello sviluppo nazionale. Un ’ in novazione che superava la pura distinzione del Mezzogiorno, come caso speciale, dal resto. Una classificazione che è stata proposta a questo riguardo, quella che distingue tre Italie — centrale, periferi ca e marginale — ci pare però che sia giunta in ritardo, quando di versi aspetti della realtà si ribellavano allo stare entro i suoi confini. Si potrà dire che la nostra obiezione è troppo ovvia, che questo è il destino di tutte le classificazioni, ma — come vedremo — se proponiamo di superare quella citata, di articolarla maggiormente, è perchè essa porta a sottovalutare una dinamica esistente di signi ficato generale. Innanzitutto va osservato che la tripartizione spaziale delle re gioni italiane deriva da un ’ analoga suddivisione proposta nell ’ ambi- to dello studio del mercato del lavoro e dei suoi rapporti con l ’ accu mulazione 1 . Era il proletariato ad essere diviso in «centrale», «periferico» e «marginale». Per trasportare sul piano geografico la classificazione, in primo luogo essa veniva applicata ai settori industriali, poi le sin gole regioni venivano assegnate secondo il criterio della prevalen za. Infine, sopratutto per avvalorare la distinzione fra economia centrale e periferica, veniva aggiunto il criterio della concentrazio ne industriale, cioè della dimensione media degli stabilimenti. Già a questo punto va notato che la categoria «periferico», passando dall ’ applicazione al mercato del lavoro a quella ai settori industriali, trascina con sè una annotazione di provvisorietà, che se ha una sua logica nella partizione teorica della forza-lavoro 2 , va in vece verificata nella ripartizione empirica dell ’ industria. Bagnasco e Messori 3 hanno infatti dato molto rilievo alla pre carietà dei settori periferici, che, a loro avviso, si compongono o di industrie tradizionali (che sarebbero senza altra difesa di fronte all ’ aumento del costo del lavoro che il decentramento e il lavoro do miciliare) o di imprese interstiziali (che cioè vivrebbero grazie al di sinteresse, forse temporaneo, della grande industria per certi tipi di produzioni). Queste osservazioni non sono certo prive di fondamento. Han no però un riferimento statico. E con ciò veniamo al secondo ap
1 Cfr. L. Meldolesi Accumulazione e oc cupazione in «Inchiesta», N. 12, 1973 e Bagnasco e Messori Problematiche dello sviluppo e questione della piccola impre sa in «Inchiesta», N. 22, 1976. 2 II proletario periferico è quello che flut tua, che entra ed esce dal processo di accumulazione capitalistica a seconda
delle esigenze di quest ’ ultima, ed è da essa continuamente riprodotto. 3 Cfr. Bagnasco e Messori, Tendenze dell'economia periferica, Torino 1975.
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