Problemi della transizione 1979

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

Dicevamo che il Mezzogiorno è stato quasi ignorato da questo tipo di strategia 4 . Ma ciò non significa che non sia stato toccato da nessun genere di espansione. Non ci riferiamo tanto agli investi menti delle Partecipazioni Statali, che pure hanno contribuito ad ampliare la base occupazionale meridionale. Ciò è durato solo per alcuni anni, i primi del decennio in corso, poi la crisi mondiale della industria pesante e di base ha interrotto e invertito il processo. È una crescita che ha interessato solo parte del Mezzogiorno, e di origine diversa, quella che vogliamo mettere in luce (seconda tendenza)', l’ estendersi di piccole e medie imprese che andavano al la ricerca di zone in cui il costo e la rigidità della forza-lavoro fosse ro minori. Anche a questo fenomeno può essere assegnato un luo go geografico di maggiore intensità (l ’ Italia centrale) e delle direttri ci verso cui si è esteso con gradualità decrescente: in alcune zone dell ’ Italia Nord-Orientale — o della Toscana — , in cui si è affianca to alla prima tendenza descritta, sia pure con peso minore; lungo la fascia adriatica, fino a coinvolgere le Puglie. Da ciò si possono trar re due osservazioni. La prima, di metodo, è molto semplice: il Mez zogiorno non può essere considerato tutto uguale. La seconda, molto più complessa, è volta a stabilire se può essere sufficiente sti molare e forzare la tendenza spontanea osservata per far decollare un ’ industria e un ’ imprenditoria meridionali. 6. Per rispondere a questa domanda, però, bisogna riconside rare l ’ insieme dei problemi esaminati finora. Sempre per stimolare il dibattito, enunciamo quelli che, a nostro avviso, sono i termini della questione, anche se non possiamo affrontarli esaurientemente: a) Non si può ridurre la ristrutturazione avvenuta nell ’ appara to produttivo italiano negli anni scorsi ad una sola linea interpretati va, quella che la assimilia semplicemente ad un arretramento, ob bligato e precario, del capitalismo italiano verso rapporti di produ zione più primitivi. La prima delle due tendenze descritte non va in questo senso. Questo, sia detto per chiarezza, indipendentemente dal fatto che il movimento operaio possa dare su di essa un giudizio completamente positivo. È evidente, per esempio, che non è positi vo il fatto che essa non sia un insieme equilibrato di investimenti in tensivi ed estensivi, che amplino quindi anche la base occupaziona le, travasandola nelle zone più disagiate del Mezzogiorno. Nè l ’ uso della flessibilità, adattabilità, capacità di specializza zione della piccola e media impresa, all ’ interno di questa tendenza, può essere ridotto all ’ uso strumentale del decentramento per aggi rare i nuclei di aggregazione e organizzazione della classe operaia. Ammettiamo la piesenza di questo aspetto, anzi forse i primi e più rilevanti segnali che hanno indotto molte imprese a non seguire la via della concentrazione degli impianti sono venuti proprio dal peg gioramento, per loro, del rapporto di forza immediato sui luoghi di lavoro. Via via che si determinava, però il processo di ristrutturazio ne si collegava a fattori più complessi (la maggiore instabilità del mercato mondiale, gli assestamenti nella divisione internazionale del lavoro, che per alcuni aspetti, non va considerata stabilizzata), a cui gli elementi di flessibilità e specializzazione possono ancorarsi in modo ben più solido.

4 Mettiamo in guardia dal cadere nell'er rore di confrontare il grado e le forme di sviluppo del Nord e del Sud misurando la produttività media delle rispettive indu strie manifatturiere. Il Mezzogiorno, per il peso che vi hanno i grandi impianti a bas sa intensità di lavoro, sembra rivelare un valore aggiunto per addetto quasi pari a

quello settentrionale. Ma, se corretta- mente si opera il confronto per settori omogenei, le cose purtroppo cambiano.

68

Made with FlippingBook - professional solution for displaying marketing and sales documents online