Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
campo dei grandi elaboratori elettronici o delle pellicole fotografi che o degli aerei. Si può invece controllare se si fa quanto si potrebbe nel massi mizzare gli effetti di ricaduta dei risultati già acquisiti, delle presen ze già in atto (ad es. l ’ industria di trasformazione dei prodotti agrico li non è confinata obbligatoriamente nel campo delle lavorazioni a basso valore aggiunto, anzi può inserirsi in correnti commerciali al tamente dinamiche che ora vedono la presenza delle multinaziona li; alcuni comparti della meccanica molto specializzati possono po tenziare il loro controllo sul mercato se si organizza e coordina un ’ offerta più vasta e complessa di impianti, sistemi di lavorazione progettati con nuovi metodi, ecc.). Oppure si possono colmare dei vuoti non strettamente necessari: ponendo attenzione alla sostitu zione di merci importate tecnicamente realizzabili anche in Italia, sostenendo con uno sforzo, certo non impossibile, di ricerca feno meni come l ’ introduzione sempre maggiore di particolari elettronici nei macchinari, ecc. Abbiamo l ’ impressione che, se azioni di questo genere venissero realizzate con decisione, l'allocazione diversa delle risorse, dai consumi agli investimenti, dal lavoro improduttivo a quello produttivo si chiarirebbe come un problema non determina to dalla scarsità di capitali, ma dall ’ adattamento del modo di opera re delle imprese ad un sistema che fornisce più tentazioni speculati ve che stimoli dinamici (l ’ indebitamento delle imprese ne è un esempio) e dai trasferimenti pubblici e improduttivi di reddito causa ti principalmente dagli squilibri territoriali. 7. Da quanto detto finora traiamo alcune deduzioni anche per quanto riguarda i metodi di soluzione dei principali squilibri che af fliggono l’ economia italiana: quelli del mercato del lavoro e quelli territoriali. Entrambi, anche se sotto profili diversi, toccano la nostra re gione. Perciò ancoriamo ad essa il ragionamento, il che è tanto più utile in quanto è già fiorito in Emilia un dibattito ricco di posizioni. Certamente va sottolineata l ’ utilità di considerare insieme i problemi del mercato del lavoro e quelli degli squilibri regionali. Prendiamo ad esempio due nodi cruciali: l’ immigrazione e il trasferi mento di attività economiche al Sud. Il problema deH ’ immigrazione ha in superficie un aspetto quan titativo che è quanto mai ingannevole. Ed ha dei legami con gli an damenti demografici che sono altrettanto ingannevoli, se presi a sè o collegati in modo meccanico ed esclusivo agli aspetti quantitativi, senza ricordare che i mutamenti nella crescita della popolazione, che sono per natura .lenti rispetto a quelli economici, prima e più che avere effetti sui ritmi di crescita della produzione, danno luogo a trasformazioni nella distribuzione interna della forza-lavoro, nelle sue forme d ’ impiego. L ’ economia regisce alla demografia, non la subisce passivamente. Ci riferiamo con queste critiche alle posizio ni democristiane che vedono con enorme preoccupazione il calo delle nascite in quanto esso preluda, per via della scarsità della forza-lavoro, ad una diminuzione della produzione. È invece vero che, a fronte di una diminuzione della popolazio ne nativa, un flusso di immigrazione costituisce un elemento nor male di compensazione. A patto però che esso sia motivato dal fat to che questa regione abbia una struttura sociale complessiva in grado di offrire agli immigrati condizioni di vita migliori di quelle del paese di origine. E tutto questo non si realizza affatto automatica- ménte per le forme d ’ immigrazione attratte dall ’ abbandono dei po sti di lavoro più disagiati da parte della manodopera locale. Inoltre
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