Problemi della transizione 1979
Nuova cultura della città
rende possibile il rilancio funzionale della zona in senso direzionale. Naturalmente anche il modello europeo si presenta con alcuni connotati americani, registrando cioè la coesistenza nel centro sto rico di residenze popolari degradate (dai bassi di Napoli, alle soffitte di Torino) e di sempre più invadenti insediamenti direzionali. Resta il fatto che la «storicità» dei centri cittadini europei, offre alla totale degradazione e alla successiva totale sostituzione, una resistenza che i centri americani, «non storici», non riescono a mettere in cam po: resistenza che non è soltanto sovrastrutturale e non dipende dunque unicamente dalla difesa delle architetture storiche, ma an che strutturale, dovuta cioè alla diversità del regime immobiliare ca pitalistico europeo — e italiano in particolare — da quello america no dotato di una dinamicità sconosciuta nel vecchio continente. La questione dei centri storici nasce, dunque, con la città indu striale capitalistica e con la divisione territoriale del lavoro: fino allo ra, infatti, la città era cresciuta su se stessa, in un intreccio organi co di funzioni e di strati sociali. Nella città precapitalistica l ’ indu stria, ovviamente, manca e l’ artigianato — malgrado le famose strade specializzate — si mescola al commercio e alla residenza, mentre gli strati sociali più diversi convivono talvolta nello stesso palazzo, sia pure a diversi piani. Fino alla rivoluzione industriale quando la città sostituiva i suoi edifici non modificava la sua struttura, perché alle nuove architettu re non corrispondeva una sostanziale trasformazione funzionale o sociale. Dopo la rivoluzione industriale si è p r odotta nella città una spinta alla diversificazione funzionale e sociale, che tende a produr re nel centro storico una soluzione urabanistica di classe: una solu zione antipopolare, perché scaccia le cosiddette «funzioni povere», le abitazioni dei lavoratori, le botteghe che li riforniscono, l’ artigia nato e la piccola industria che danno loro da vivere, per far posto al le «funzioni ricche», alle banche, alle assicurazioni, agli uffici, agli studi professionali, al commercio selezionato. Laddove gli aggettivi ricco e povero, sono usati dal punto di vista della proprietà immobi liare e dei vantaggi che questa ricava dalla nuova funzione. La so stituzione degli edifici acquista comunque, a questo punto, un dupli ce angolo di valutazione, morfologico, ma anche sociale e funziona le. Per anni, con il pretesto non certo immotivato del risanamento igienico-edilizio, il processo di trasformazione capitalistico ha sven trato, distrutto, ricostruito i centri storici, sostituendo alle architettu re demolite, nuove architetture variamente «ambientate» formal mente, ma sempre rispondenti alle esigenze funzionali e sociali del le classi dominanti. Il più o meno grossolano mimetismo stilistico dei nuovi edifici era destinato a nascondere la sostanza dell ’ opera zione. C'è da aggiungere che generalmente in Italia lo sventramento dei centri storici non è neppure servito a dotare le città di una infra struttura tecnologicamente avanzata, come invece è successo nel le maggiori città dell ’ occidente europeo: nelle città italiane non si realizzano infatti moderne ed efficienti reti viarie, di trasporti super ficiali e sotterranei, di fognature, di elettricità e di telefoni, corollario di una insufficiente infrastrutturazione dell ’ intero paese. Nelle gran di città nord-occidentali d ’ Europa lo sfruttamento della rendita urba na non ha impedito che il fine principale dei grandi sventramenti fosse quello di organizzare efficacemente la produzione e il consu mo capitalistici; mentre in Italia quest ’ ultimo obiettivo è risultato marginale, di fronte alla prevalente speculazione immobiliare e alla rendita urbana che questa metteva in movimento.
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