Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
Intanto, intorno ai centri storici manomessi, si sviluppavano sempre più rapidamente le periferie destinate ad accogliere le indu strie nascenti e le abitazioni operaie, successivamente respinte verso nuove e più lontane periferie quando le prime venivano occu pate dai ceti impiegatizi e piccolo-borghesi. È in questo clima di cre scita urbana selvaggia che nasce la «questione delle abitazioni», nella quale il movimento operaio e democratico si impegna, ormai da un secolo; ma è soltanto ai giorni nostri che la «questione urba na» e l ’ intero problema della gestione capitalistica del territorio ven gono posti sul tappeto dalle forze di ispirazione socialista. Non c ’ è da menar scandalo, quindi, se su questo argomento la discussione si sviluppa ampia nelle stesse file della sinistra: anzi questo dibattito va favorito e affrontato serenamente senza preclusioni né intolle ranze, quale condizione indispensabile di ogni avanzamento nella pratica e nella teoria. Dunque nella città precapitalistica la sostituzione di una archi tettura, permanendo un sostanziale equilibrio sociale e funzionale, era soltanto la spia di una graduale trasformazione strutturale e so- vrastrutturale. Soltanto così si spiega la capacità della città precapi talistica di assorbire senza troppi traumi le tracce di successive cul ture architettoniche: capacità che molti, però, attribuiscono a torto anche alla città capitalistica, la quale invece rompe radicalmente l’ equilibrio sociale e funzionale precedente, con obiettivi di classe che vanno esaminati anche al di là delle soluzioni architettoniche adottate. La città capitalistica nel suo primo sviluppo usa le nuove tec nologie per imporre la divisione territoriale del lavoro allo scopo di massimizzare i profitti e — particolarmente in Italia — le rendite: e lo sventramento dei centri storici viene inizialmente mascherato con forme stilisticamente ispirate a quelle antiche, riproposte del resto nelle stesse cinture periferiche, sia pure convenientemente semplificate ed impoverite. Era però inevitabile che la struttura ca pitalistica affluente producesse anche la propria sovrastruttura ar chitettonica, con forme decisamente influenzate dalla nuova tecno logia: e che, senza cambiare gli obiettivi strategici dello sviluppo ur bano capitalistico, la morfologia nuova, cioè l’ architettura moderna, si opponesse alla vecchia, in periferia prima e nello stesso centro storico poi. È così che nasce la polemica fra modernisti e passatisti, ri spettabilissima certo, ma sostanzialmente interna ai contenuti di classe che la città ancora rappresentava. Il Razionalismo, movi mento culturale degli architetti moderni sviluppatosi fra le due guer re mondiali, esprimeva in realtà l’ ala più dinamica del capitalismo e proponeva una strategia urbanistica intrisa di connotati umanitari, che si traducevano essenzialmente nel promuovere la socialità dell ’ abitazione e dei servizi ad essa connessi. Il movimento si identi ficava, evidentemente, in un capitalismo capace di produrre margi ni di accumulazione tali da consentire una sufficiente socialità urba na. Quanto, invece, agli aspetti strutturali dello sviluppo, l ’ allinea mento dei razionalisti alla strategia del regime immobiliare capitali stico è ingenuo e totale: l ’ indicazione di trasferire in campagna — «nell ’ aria e nel verde», come si diceva — sia le fabbriche produttrici di fumi e di rumori, che le abitazioni operaie ad esse collegate, non lascia dubbi in proposito. Seguendo da un lato la divisione territoria le capitalistica, che assegna in prospettiva alla città un ruolo ten denzialmente terziario e dall ’ altro rinunciando perfino a concepire che una parte dei profitti industriali fossero sacrificati per evitare
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