Problemi della transizione 1979

Nuova cultura della città

l ’ inquinamento: in quest ’ ultimo caso sottovalutando le possibilità of ferte dalla stessa tecnologia, che invece per le forme architettoni che assumeva un ruolo determinante. Nei confronti dei centri storici, sempre più stretti nella morsa di enormi periferie, i razionalisti confermavano l’ atteggiamento de gli sventratori precedenti, il che spiega ancor meglio la comune ma trice strutturale: per essi paradossalmente l ’ intera Parigi poteva es sere rasa al suolo e sostituita da una nuova città moderna, così co me gli accademici di Mussolini sognavano di demolire gran parte del centro storico di Roma, lasciando in piedi soltanto pochi isolati monumenti. Naturalmente in Italia prevalse la cultura del capitali smo arretrato, che ricuciva le ferite degli sventramenti con architet ture mimetiche, generalmente piatte e modeste fino al fascismo, con il quale esplose invece la più folle e rozza megalomania: gli ar chitetti moderni furono lasciati in disparte e forse dobbiamo soltan to a questo l’ assenza dei razionalisti dalle ristrutturazioni selvagge nei centri storici italiani. Quando nell ’ ultimo dopoguerra si pose il problema della rico struzione edilizia e della ripresa produttiva in questo settore, a pa gare furono ancora una volta i centri storici. Le aree urbane più centrali demolite dai bombardamenti avrebbero consentito l ’ intro duzione di servizi sociali largamente carenti nelle città: ma questa strada fu scartata e proprio l ’ alto valore posizionale delle aree cen trali fu sfruttato per un rilancio del regime immobiliare in termini speculativi. Le architetture utilizzate per l’ operazione risentivano ancora del mimetismo stilistico e dell ’ accademismo fascista: poste comunque sempre al servizio della selezione territoriale capitalisti ca in senso sociale e funzionale. In questo quadro era naturale che la salvaguardia degli inse diamenti storici si identificasse all ’ inizio con la salvaguardia dei soli «monumenti»: e la pianificazione urbanistica registrava puntual mente questa posizione culturale proponendo, con faciloneria oggi inconcepibile, demolizioni e sventramenti a man salva in tutti i cen tri storici d ’ Italia, da Milano a Bologna, da Firenze a Palermo, preoc cupandosi di risparmiare soltanto le chiese e i palazzi «vincolati» dalla Soprintendenza ai monumenti. Va detto per inciso che la concezione della salvaguardia delle architetture passate, nasce proprio con il capitalismo o per meglio dire con l ’ illuminismo, di pari passo con la museologia e con l’ ar cheologia, secondo una impostazione culturale che vuole «racco gliere e conservare, per conoscere», che studia cioè il passato per comprendere meglio il presente. Il grande passo in avanti di questa concezione non poteva comunque evitare la contraddizione delle sue interpretazioni più riduttive, secondo le quali la conservazione non è più il mezzo per arrivare al fine della conoscenza, ma diventa un fine essa stessa, inesplicabile e quindi dcgmatico. La «questione dei centri storici» nasce nel tentativo di supera re la visione monumentale della salvaguardia, proponendo la nuova visione «ambientale»: non più dunque isolati edifici, testimonianze incomprensibili fuori dall ’ insieme architettonico che li circonda, ma un continuo edilizio del quale ogni pezzo è indispensabile alla com prensione dell ’ altro e va quindi contestualmente conservato. Così lo stesso termine di «centro storico», si propone in alternativa a quello superato di «monumento». Fin qui la vicenda rischiava di restare circoscritta ad un ambito puramente sovrastrutturale, partendo dalle forme architettoniche e arrivando ai significati culturali della loro conservazione: e fu ne cessario allargare il discorso ai contenuti funzionali dei centri stori

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