Problemi della transizione 1979

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

ci, alla nuova destinazione d ’ uso degli antichi edifici, aprendo il di battito strutturale sulla terziarizzazione patologica. Inserire la difesa dei centri storici nel quadro più ampio della selezione territoriale ca pitalistica rappresenta, effettivamente, un grosso passo avanti con cettuale e non è un caso se, ancor oggi, molti non l’ hanno del tutto accettato: eppure è il solo mezzo per spiegare non solo la terribile persecuzione a danno dei centri storici, ma la diversità fondamenta le delle sostituzioni precapitalistiche, da quelle capitalistiche. La divisione territoriale capitalistica spiega perché il centro storico, la parte precapitalistica della città, non è sottoposto soltan to ad un processo fisiologico di adeguamento da realizzare con le tecnologie contemporanee, come è sempre successo attraverso i secoli; ma è anche l’ obiettivo di una trasformazione patologica in senso monofunzionale, allo scopo di sfruttare al massimo con le de stinazioni direzionali la rendita differenziale garantita dalla posizio ne centrale. Se esprimere la nuova acquisizione teorica non fu facile, assai più difficile fu — ed è ancor oggi — metterla in pratica. Infatti negli ultimi trenta anni i centri storici delle città italiane grandi e medie hanno perduto un terzo e spesso la metà della popolazione, respin ta in periferia e nelle cinture metropolitane: al posto delle abitazioni abbandonate dai lavoratori si sono insediati uffici, banche, assicu razioni, studi professionali, realizzando il disegno capitalistico in senso sociale e funzionale, con soluzioni formali ambientate o mo derne, ma sempre usate in senso subalterno alle scelte strutturali. E per realizzare questo disegno il sistema è riuscito per anni ad alleare non solo gli speculatori immobiliari e i costruttori — i qua li, del resto, spesso coincidevano — , ma gli stessi ceti popolari che abitavano le stamberghe dei centri storici, ormai distanti dalle fab briche decentrate e non più disposti ad accettare le condizioni de gradate dei vecchi alloggi. Non è certo un caso che i finanziamenti pubblici per le abitazioni economiche e popolari sono stati rifiutati fi no ad oggi al risanamento dell ’ edilizia esistente: per i lavoratori, l ’ unica prospettiva di una casa decorosa doveva essere in periferia. E così fu, a Parigi e a Vienna, come a Milano e a Roma. Così, per i centri storici, dopo il primo salto qualitativo cultura le, realizzato con il passaggio della concezione monumentale a quella ambientale, il secondo e ancor più lungo salto qualitativo venne con l’ allargamento della visione morfologica al più ampio orizzonte della visione sociale-e funzionale. Saldando, quindi, insie me struttura e sovrastruttura, ma anche strategia e tattica: perché a questo punto, non solo risultava chiara l’ esigenza di battere la di visione territoriale capitalistica nel processo di sviluppo urbano, ma diventava possibile mobilitare i ceti popolari, fin ’ ora assenti o peg gio contrari alla difesa dei centri storici. Per quindici lunghi anni nel dopoguerra la battaglia per i centri storici era stata, dunque, condotta in termini elitari e piena di errori: le forze politiche di sinistra la tenevano in poca considerazione, co me del resto facevano per l ’ intera problematica territoriale. Ricordo di avere scritto — e lo penso ancora — che nel primo dopoguerra, a parte l’ enorme differenza sul piano etico, la politica urbanistica democristiana a Roma e quella socialcomunista a Bologna non era no poi molto diverse. Anche Bologna aveva fatto il suo piano di sventramenti nel centro storico e qualcuno ne aveva portato a termine: né per la veri tà gli ambienti culturali cittadini sembravano più sensibili che altro ve alla difesa del patrimonio architettonico del passato. Perché, dunque, proprio da Bologna parte il rilancio della battaglia per i cen

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