Problemi della transizione 1979

Nuova cultura della città

tri storici? Generalmente la letteratura prodotta sull ’ argomento ten de a sottovalutare questo interrogativo: come sottovaluta il fatto che l ’ impegno bolognese per i centri storici si manifesta nel quadro di un impegno cittadino e regionale sull ’ intera questione urbani stica. Questo impegno emiliano e bolognese per la pianificazione ur banistica nasce all ’ inizio degli anni Sessanta e rappresenta una del le principali manifestazioni «di governo» dei ceti popolari, le cui rap presentanze politiche erano ormai da tempo alla testa delle ammini strazioni locali ed aspiravano comprensibilmente a fare dei comuni e delle province non più soltanto strumenti della difesa di classe e delle rivendicazioni verso il potere centrale, ma anche strumenti di gestione del potere locale, democratico e autonomistico. Se il go verno dell ’ economia è ancora centralistico e conservatore — ma il centro-sinistra è alle porte, con la speranza sia pure illusoria di met- térlo in discussione — , quello del territorio è decentrato per legge e potrebbe diventare progressista. L ’ impegno urbanistico bolognese ed emiliano nasce quindi «politico» e dovrà conquistarsi i galloni «culturali» strada facendo, imponendo le proprie iniziative al rispetto degli intellettuali, inizial mente increduli e abituati finallora a considerare i comuni — pur troppo non sempre a torto — fra gli avverari oggettivi di ogni ordine urbanistico. Particolarmente in quei primi anni era, dunque, presen te il rischio di squilibrare la nuova politica urbanistica verso conces sioni alle mode culturali: e tale rischio allora fu certamente evitato, ma forse cadendo nell ’ opposto difetto e cioè puntando prevalente mente sulla partecipazione delle forze politiche e sociali e sottova lutando quella delle forze culturali. Proprio per questo la politica del centro storico non fu inizial mente «il fiore all ’ occhiello» del comune di Bologna e degli altri co muni emiliani, ma soltanto un aspetto fondamentale nel quadro del la nuova politica urbanistica. C ’ era anche sul tappeto il rovescia mento della vecchia politica degli alloggi popolari, una volta disper si ai margini della campagna, da realizzare invece nel vivo del tes suto urbano; c ’ era la politica delle «minime previsioni» private nei piani urbanistici, che riducendo le enormi ed assurde possibilità edi ficatorie offerte alle immobiliari restituisse in parte ai comuni il con trollo dello sviluppo territoriale; c ’ era il tentativo di aumentare e de centrare i servizi sociali nel tessuto urbano, allora localizzati — co me succedeva, ad esempio, per le scuole medie dell ’ obbigo — tutti nel centro storico o nelle sue vicinanze; c ’ era la politica di salva- guardia per le colline, già intaccate alla base dalla speculazione, per difendere il verde e realizzare i primi parchi naturali; c ’ era il traf fico pubblico, da riequilibrare rispetto al privato dilagante; c ’ era la questione del decentramento industriale da temperare e di quello direzionale da incentivare; c ’ era da conquistare la partecipazione degli operatori edilizi alle spese di urbanizzazione della città, allora addossate esclusivamente ai comuni; c ’ era infine il problema del coordinamento intercomunale dello sviluppo territoriale. A tutta questa gamma di problematiche urbanistiche bisogna va dare però una chiave comune di lettura e, più esplicitamente, una strategia che fin ’ ora era mancata non solo all ’ urbanistica bolo gnese ed emiliana, ma a quella di tutta la sinistra italiana. Tale stra tegia fu ricercata nell ’ analisi del regime immobiliare capitalistico, fondato particolarmente in Italia sullo sfruttamento esasperato del le rendite urbane: opponendo allo sviluppo in atto una alternativa ur banistica basata sull ’ azione pubblica e sull ’ iniziativa privata impren ditoriale, capace di contrastare nelle città e nel territorio i guasti, gli

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