Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
sprechi, le inefficenze, producendo invece socialità ed economici tà. Inserita in questo quadro generale, la nuova politica per il cen tro storico di Bologna ebbe subito al suo attivo tutte le acquisizioni più avanzate della cultura urbanistica: arresto di ogni demolizione, superamento della separetezza fra architetture monumentali e am bientali, valutazione negativa del processo di terziarizzazione in at to e inizio di una sistematica analisi conoscitiva di tutti gli insedia menti storici. Da questa impostazione nasce il piano del centro sto rico bolognese, mentre contemporaneamente l ’ intera vicenda ur banistica matura analoghi provvedimenti per l’ edilizia popolare, la : riduzione delle densità e delle previsioni residenziali private, gli one ri di urbanizzazione, i servizi sociali, la collina, la nuova direzionaità, il coordinamento intercomunale della pianificazione e dell ’ attuazio ne. Né Bologna fu la sola protagonista della nuova politica urbani stica: da Modena a Reggio Emilia, da Correggio a Imola, da Cervia a Porretta Terme, in tutta la regione, nei grandi come nei piccoli cen tri, si afferma nel giro di pochi anni un modo nuovo di gestire lo svi luppo delle città e del territorio. A sancire questo stato di cose na sce nel 1968, con l’ adesione di tutti i comuni di ogni colore politico, i la Consulta urbanistica regionale: quest ’ organismo volontario non solo rafforza lo sviluppo della nuova politica urbanistica, ma produ ce anche una guida per la redazione dei piani, uno schema tipo per le norme di attuazione e per il regolamento edilizio comunale e per fino una indicazione regionale per gli standars urbanistici (la quota di area per abitante da destinare ai servizi pubblici) e per la determi nazione degli oneri di urbanizzazione, anticipando esplicitamente la futura azione della Regione. E neppure si può affermare che questa crescita urbanistica generale avvenisse in modo idilliaco, senza scontri anche interni al la sinistra o senza insuccessi anche dolorosi. Se a Piacenza il centro-sinistra continua per anni la vecchia politica — il grattacielo nel centro storico e i quartieri popolari respinti in piena campagna — , a Ferrara la sinistra non riesce a scegliere subito la nuova, di stratta per molto tempo dall ’ illusorio miraggio di mirabolanti vie d ’ acqua e demiurgiche autostrade; se la politica dei servizi pubblici si estende vigorosa quasi ovunque, i comuni non riescono a pianifi care lo sviluppo industriale ancora concentrato lungo l ’ asse della via Emilia; perfino il nuovo piano per il centro storico non impedisce a Bologna due discutibili interventi edilizi delle maggiori banche cit tadine proprio nel cuore della città. Del resto il regime immobiliare capitalistico si adegua rapida mente alla stessa scelta di salvaguardia morfologica operata a Bo logna nel 1969, rinuncia agli sventramenti e alle ricostruzioni di enormi palazzi, accetta la conservazione delle architetture, perché dagli alloggi lussuosamente restaurati può ricavare ugualmente enormi guadagni. Ed è a questo punto che prende forma aperta mente la linea bolognese della «conservazione sociale», con la deci sione di applicare a 13 comparti del centro storico il piano per l’ edi lizia economica e popolare di iniziativa pubblica. Per la verità un timido tentativo in tal senso era già stato fatto anni prima, ma difficoltà giuridiche ed esitazioni politiche avevano spinto il comune ad operare unicamente su aree libere, con la rea lizzazione di abitazioni nuove. Nel 1972 si decide per la prima volta di pianificare il risanamento di residenze degradate nel centro stori co: e la scelta politica, diventa pienamente scelta culturale, giusta
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